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Pil giù fin del 4,7% per l’invecchiamento della popolazione

di Davide Colombo e Marco Rogari


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(AFP)

2' di lettura

Il progressivo invecchiamento della popolazione non provocherà solo un aumento per spesa pubblica per pensioni, salute e assistenza ma potrebbe avere effetti avversi anche sulla crescita potenziale. L’avvertimento arriva dall’ultimo Bollettino economico della Bce e segue di qualche giorno la pubblicazione del discusso working paper del Fmi (si veda il Sole24Ore del 20 marzo) che mette in dubbio le stime a medio-lungo periodo della spesa previdenziale italiana. Gli analisti dell’Eurotower hanno provato a quantificare con modelli stilizzati gli effetti macro di uno shock da invecchiamento calcolando gli equilibri economici generali che si potrebbero determinare. Nell’eurozona il calo del Pil pro capite potrebbe arrivare fino al 4,7% nel lungo periodo. A causa della minore offerta di lavoro salirebbe poi il rapporto capitale/lavoro con un conseguente calo dei tassi di interesse determinato anche da minori consumi, con effetti diretti in termini di minore gettito Iva. Su un orizzonte temporale molto ampio e senza interventi correttivi il rapporto debito/Pil dell’area sarebbe destinato a crescere fino a 60 punti oltre i livelli attuali.

Le conseguenze dell'invecchiamento della popolazione

Si tratta di simulazioni basate su ipotesi molto semplificate (il modello è basato su un’economia chiusa che non considera l’eterogeneità tra i diversi paesi dell’area monetaria) ma propongono una parametrizzazione dell’impatto da invecchiamento sulla produttività totale dei fattori e i livelli di partecipazione al mercato del lavoro. L’analisi prende le mosse dagli scenari demografici Eurostat 2015, nei quali si sottolinea la tensione cui saranno sottoposti tutti i sistemi previdenziali dell’area nei prossimi vent’anni, quando uscirà dal mercato del lavoro l’intera generazione dei baby boomers. Incasellando i singoli paesi sulla base delle riforme adottate si mostra come l’Italia, nel 2060 e con un indice di dipendenza degli anziani al 60% (tra i più elevati) dovrebbe trovarsi su un livello di costi pensionistici attorno al 14% del Pil.

Mercati: quando l’invecchiamento diventa un’opportunità

A fronte di questi scenari nel Bollettino si propone un’analisi stilizzata anche degli effetti di lungo periodo delle riforme pensionistiche adottate (prima o dopo la crisi del debito sovrano). Ne risulta che solo interventi di innalzamento dell’età pensionabile potrebbero contrastare gli effetti macroeconomici avversi dovuti all’invecchiamento, mentre l’aumento delle aliquote contributive o la riduzione dei tassi di sostituzione (il rapporto tra le pensioni future e la media degli stipendi percepiti) potrebbero essere controproducenti. In questa prospettiva le conclusioni cui giungono gli analisti della Bce si discostano da quelle dello studio Fmi sull’Italia, nel quale un’articolata proposta di policy comprende anche tagli sulla spesa attuale (per esempio sulle pensioni di reversibilità, le 13esime o le 14esime) oltre al ricalcolo su base contributiva di parte delle pensioni correnti.

Queste analisi arrivano dopo i rilievi della Commissione europea (Sole24Ore del 9 marzo) sulla possibilità che la sostenibilità della spesa pensionistica dell’Italia, assicurata dalle riforme degli ultimi anni, si stia lentamente deteriorando. L’attesa è ora per le previsioni (Ageing report 2018) entro aprile. Il testo offrirà la cornice entro cui dovranno essere disegnate nei prossimi tre anni le previsioni e i budget legati alle politiche pensionistiche dei diversi paesi dell’Unione.

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