analisi

Pil intorno allo 0,4% nel 2020 e incognita debito, in arrivo l’aggiornamento del Def

La corsa al ribasso delle stime di crescita per l’economia italiana vede ora l’Ocse fermarsi a zero per l’anno in corso e allo 0,4% nel 2020. Decimale in più o in meno, la Nota di aggiornamento al Def (Nadef) che il Governo approverà entro il 27 settembre non potrà che allinearsi alle stime di consenso dei principali previsori interni e internazionali

di Dino Pesole


L'Italia e' ferma. Pil a zero e calano gli occupati

3' di lettura

La corsa al ribasso delle stime di crescita per l’economia italiana vede ora l’Ocse fermarsi a zero per l’anno in corso e allo 0,4% nel 2020. Decimale in più o in meno, la Nota di aggiornamento al Def (Nadef) che il Governo approverà entro il 27 settembre non potrà che allinearsi alle stime di consenso dei principali previsori interni e internazionali.

Il debito è la principale incognita
Meno Pil più deficit, che quest’anno viaggia attorno al 2% e che nella sua proiezione tendenziale dovrebbe attestarsi attorno all’1,5% grazie all’effetto della manovra correttiva varata dal governo Conte1, al minore esborso per quota 100 e reddito cittadinanza e al buon andamento del gettito Iva sospinto dalla fatturazione elettronica. Il debito resta la vera incognita, poiché la previsione del 132,6% contenuta nel Def di aprile per il 2019 poggiava su una stima del Pil dello 0,2%, e quella del 131,3% per il 2020 su un Pil pari allo 0,8 per cento. Sul rispetto dell’obiettivo pesa però non solo la minore crescita e la perdurante bassa inflazione ma anche il mancato rispetto dei 18 miliardi di incassi da privatizzazioni che il governo Conte a trazione giallo-verde ha inserito nei conti del 2019. Se andrà bene si potrà incassare attorno agli 800 milioni per dismissioni di immobili. Un precedente (peraltro non l’unico) che dovrebbe indurre a una certa cautela quando si presentano al paese, in Parlamento e a Bruxelles programmi di dismissioni così ambiziosi in una fase storica in cui le condizioni di mercato non sembrano particolarmente favorevoli alla vendita dei “gioielli di famiglia”.

La scommessa per il governo
La scommessa che il neonato governo giallo-rosso deve affrontare ora è duplice: assicurare un percorso credibile di discesa del debito nell’arco del prossimo triennio, contenere il deficit nominale del 2020 attorno al 2,1% e al tempo stesso individuare le risorse per evitare l’amento dell’Iva ricavando spazi per spingere la crescita attraverso la manovra fiscale allo studio (intervento sul cuneo fiscale a beneficio dei lavoratori). Operazione complessa, per evidenti problemi di copertura. Dalla flessibilità europea si potrà spuntare se andrà bene 8-10 miliardi (sterilizzare l’aumento dell’Iva costa 23,1 miliardi), ma poi occorrerà finanziare le spese indifferibili (3-4 miliardi) e appunto individuare le risorse per la prima tranche della manovra fiscale. Non vi è dubbio che la priorità assoluta per il nostro paese è la crescita. Con questi tassi di sviluppo dell’economia il futuro resta incerto, soprattutto in termini di occupazione e di spazi reali per il sostegno alle attività produttive. Sulla variabile esogena ben poco si può fare. La combinazione tra la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina, la Brexit, il rallentamento dell’economia tedesca e ora anche le tensioni sul prezzo del greggio causate dall’attacco ai siti petroliferi dell’Arabia Saudita, appare nefasta e spinge verso uno scenario non certo incoraggiante. In tale contesto, per la parte “domestica” oltre ad arginare gli effetti del drastico rallentamento dell’economia internazionale si deve provare a spingere per quanto possibile sulla domanda aggregata (consumi e investimenti). In che modo? Sugli investimenti, che ora dovrebbero ottenere un’attenzione speciale da parte di Bruxelles soprattutto se “verdi” e diretti a sostenere le tecnologie digitali, la sfida per noi è riuscire a realizzarli. Vale per le opere infrastrutturali che non si riescono a fare nonostante gli stanziamenti ci siano (è il cronico mix di intoppi amministrativi, burocratici, inefficienza e clientelismo soprattutto al Sud), e per le cosiddette infrastrutture immateriali che per molti versi rappresentano la nuova sfida. Per i consumi, di certo una riduzione sensibile del carico fiscale potrebbe stimolarne la ripresa.

Il problema coperture
Il problema resta quello delle coperture che per essere stabili e credibili devono poter contare su un profilo triennale strutturale. Dalla riduzione della spesa corrente non vi è da attendersi risultati eclatanti. Al massimo, tra ulteriore taglio delle spese delle amministrazioni e qualche intervento mirato sulle agevolazioni fiscali, si potrà arrivare a 3-4 miliardi. Decisiva allora (in questo caso in misura ancora maggiore rispetto al recente passato) è la lotta all’evasione, che compare nel programma di governo. Già, ma in quale programma di governo non è stata inserita con risultati modesti! In realtà la strada è tracciata: pagamenti che viaggiano in prevalenza sul canale telematico (dunque tracciati), incrocio tra le diverse banche dati, controlli mirati. Per questo l’amministrazione finanziaria deve poter contare su forze e numeri all’altezza delle nuove sfide, e dunque vanno sbloccati concorsi e vanno accelerate le procedure.

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