venezia / grandi musei

Pinacoteca bicentenaria

di Fernando Mazzocca

. Giuseppe Borsato, «Commemorazione di Canova all’Accademia», Venezia, Galleria Ca’ Pesaro

5' di lettura

Duecento anni fa apriva al pubblico quel magnifico museo destinato a diventare la maggior raccolta di arte veneta esistente al mondo: le Gallerie dell’Accademia di Venezia. La mostra Canova, Hayez, Cicognara. L’ultima gloria di Venezia viene realizzata per ricordare questo evento riconsidera un periodo particolamente significativo della storia e della cultura veneziane che va dal sensazionale ritorno nel 1815 dei cavalli bronzei sul pronao della basilica di San Marco alla morte, avvenuta proprio a Venezia nel 1822, di Antonio Canova, allora considerato il più grande scultore vivente. Insieme a Canova e al giovane Hayez (ritornato da Roma a Venezia e tutto concentrato a cambiare il corso della pittura italiana creando il Romanticismo), il protagonista di questi anni cruciali era stato il conte Leopoldo Cicognara.

Aristocratico di origine ferrarese - che aveva avuto discussi trascorsi politici nella Milano appena occupata dalle armate francesi - il conte Leopoldo Cicognara era diventato presidente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia che, insieme a quelle di Milano e Bologna, aveva fatto parte durante gli anni della dominazione napoleonica del sistema delle tre Accademie nazionali. Come capitale del Regno, Milano venne decisamente privilegiata, per cui l’Accademia di Brera riuscì già dal 1806 ad avere un proprio museo dove confluirono alcuni immensi e straordinari dipinti (da Gentile Bellini a Tintoretto) provenienti da edifici religiosi veneziani, chiese e scuole di devozione. Fu forse anche per questo motivo che la pinacoteca dell’Accademia veneziana potrà essere realizzata solo quando, dopo la caduta di Napoleone, l’Impero austriaco - che aveva già per alcuni anni dominato su Venezia in seguito al trattato di Campoformio - ritornò in possesso del Veneto. Erudito, grande conoscitore, con una competenza che spaziava dall’ antichità al contemporaneo, sommo storico dell’arte, amico intimo di Canova, l’allora cinquantenne conte Cicognara aveva i numeri e l’energia per poter non solo creare finalmente un grande museo di pittura veneziana, ma per valorizzare l’ancora immenso patrimonio artistico, seppur martoriato dalla decadenza e dalla fine della Serenissima Repubblica. Agli monumenti e alle opere d’arte venivano affidate la memoria e la gloria di una città che aveva perduto per sempre indipendenza e potenza economica.

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Lo slancio iniziale al progetto di Cicognara venne dal ritorno delle opere d’arte che erano state - come in altre parti d’Italia - requisite dall’esercito napoleonico e portate a Parigi quali trofei di guerra. Tra queste opere soprattutto tre avevano un forte significato: i quattro cavalli di San Marco, che a Parigi erano stati collocati sulla sommità dell’Arc du Carrousel; il leone, emblema della città, che dalla sua colonna in piazza San Marco era finito al centro di una fontana davanti agli Invalides; e infine un antico cammeo, il leggendario Giove Egioco, considerato allora un capolavoro inestimabile, donato alla città dall’ ambasciatore Zulian, grande mecenate di Canova. Queste restituzioni non avvennero senza polemiche e incidenti se pensiamo alla folla che si accalcò minacciosa durante la delicata movimentazione dei cavalli realizzata da esperti tecnici austriaci e al fatto che, il leone, durante la rimozione, si ruppe in quattro pezzi. Ma, come documentano le stampe e i dipinti esposti in mostra, fu veramente straordinario il coinvolgimento di tutta la popolazione accorsa in piazza San Marco per la cerimonia solenne - che avvenne alla presenza dell’imperatore d’Austria, del cancelliere Metternich e delle autorità tutte - della ricollocazione sul pronao della quadriga che i veneziani avevano a loro volta portato via tanti secoli prima dall’ ippodromo di Costantinopoli.

Per qualificare il museo della sua Accademia, Cicognara le provò tutte. Gli andò male quando richiese a Milano – sembra con una certa arroganza che dovette nuocergli – la restituzione di alcune opere sottratte a Venezia. Ma mise anche a segno anche alcuni colpacci, ottenendo dalle chiese veneziane opere straordinarie, magnifiche pale di Bellini e di Cima da Conegliano, immensi teleri di Veronese e Tintoretto, ma soprattutto, dai Frari, quell’Assunta di Tiziano che rimase per un secolo in Accademia, collocata con uno straordinario effetto scenografico in fondo alla grande sala che costituì il cuore del museo. Come documenta un famoso dipinto di Borsato, questo ambiente fece da sfondo a cerimonie pubbliche, a veri e propri eventi epocali come l’orazione funebre di Canova recitata dallo stesso Cicognara davanti alla bara dell’artista collocata ai piedi del capolavoro tizianesco. Nella stessa posizione, proprio nel 1817, era stata esposta, e lì rimase per diversi mesi, una delle più belle sculture di Canova, la Polimnia, prima di partire per la corte di Vienna cui era destinata insieme ad una serie di opere d’arte (dipinti, sculture, oggetti d’arredo e oreficerie) che costituirono il cosidetto Omaggio delle Provincie Venete. Si trattò di un altro grande risultato conseguito da Cicognara che, in occasione delle quarte nozze dell’imperatore Francesco I con Carolina Augusta di Baviera, aveva ottenuto dal governo austriaco di permutare la consistente tassa dovuta in una serie di opere d’arte da fare eseguire da giovani artisti veneziani, quasi tutti allievi dell’Accademia, per arredare i nuovi appartamenti dell’imperatrice. Questa mostra consente di vedere di nuovo riuniti insieme, in quella stessa Accademia dove erano stati esposti nel 1818 prima della partenza di Vienna, i pezzi dell’Omaggio che, dopo la loro dispersione, sono stati riconosciuti e rintracciati per questa occasione.

Cicognara non sarebbe stato in grado di realizzare i suoi ambiziosi progetti senza il decisivo appoggio dell’amico Canova, di cui fu il maggiore interprete come dimostra l’ultimo libro della sua monumentale e rimasta insuperata Storia della scultura in Italia interamente a lui dedicato. Del resto la sua strategia culturale, risultata vincente, fu quella di promuovere, insieme alla valorizzazione del patrimonio, l’arte contemporanea. Così entrarono in Accademia, per essere collocati insieme alle opere antiche, i gessi dei capolavori canoviani, che poi rimossi sono oggi in gran parte in deposito alla Gipsoteca di Possagno, e i dipinti eseguiti a Roma, dove venivano inviati per perfezionarsi, dagli allievi dell’Accademia. Tra questi l’ irrequieto Hayez, molto amato sia da Cicognara che da Canova, si dimostrò subito il più promettente, come confermano alcuni capolavori giovanili in mostra, come il sensuale Rinaldo e Armida, dove è prefigurato quel tema del bacio destinato a rendere popolare l’artista, o lo splendido Ritratto della famiglia Cicognara in cui ritroviamo un esplicito omaggio a Canova presente attraverso un suo busto. Del resto Hayez era tornato a Venezia da Roma proprio nel 1817, per portare questo quadro al suo protettore e per realizzare uno dei dipinti destinati al ricordato Omaggio.

Ma proprio aggirandosi tra le opere delle appena inaugurate Gallerie che il giovane pittore, a partire dal 1818, ispirandosi ai capolavori di quelli che allora venivano considerati i Primitivi, Mantegna, i Bellini, Cima da Conegliano, ma anche Tiziano, aprì la strada al Romanticismo in pittura come dimostrano dipinti come il Pietro Rossi e il Carmagnola che, purtroppo non capiti a Venezia, fecero sensazione a Milano proprio alle esposizioni della rivale Accademia di Brera e trovarono subito degli acquirenti. Questo determinerà, come sappiamo, il suo trasferimento definitivo nel 1823 nella capitale del Regno Lombardo Veneto. Non senza rimpianti e nostalgia per una città che restava magica e molto eccitante dal punto di vista della ancora brillante vita mondana. Infatti, proprio negli anni qui considerati Venezia aveva affascinato un personaggio come Byron che, residente dal 1816 al 1819 a Palazzo Mocenigo sul Canal Grande, elaborò durante il suo soggiorno, caratterizzato da infinite stranezze e anche rischiose avventure amorose, quel mito ottocentesco, romantico e decadente, della città destinato a dominare per tutto il secolo, e oltre, l’immaginario occidentale.

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