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Pinarello, Colnago, Bianchi: made in Italy e artigianato hi tech per bici da titoli olimpici

Pinarello sarà lo sponsor tecnico della nazionale fino ai Giochi di Parigi 2024.Bianchi, target 2021 di ricavi oltre i 100 milioni, riporta la produzione in Lombardia

dal nostro inviato a Tokyo Marco Bellinazzo

Ciclismo su pista, Italia da sogno: oro e record mondiale

4' di lettura

Lungo i 250 metri della pista rivestita in pino siberiano dell’Izu Velodrome di Tokyo, il quartetto azzurro dell’inseguimento ieri ha strappato uno spettacolare oro olimpico battendo per la seconda volta in due giorni il record del mondo. Simone Consonni, Francesco Lamon, Jonathan Milan e Filippo Ganna hanno preceduto sul traguardo la Danimarca di soli 166 millesimi. Merito del loro talento, ma anche delle bici su cui erano in sella, fornite da Pinarello, storica “bottega” tricolore delle due ruote e sponsor tecnico della nazionale di ciclismo su pista fino a Parigi 2024.

Punti di riferimento nel mondo

Pista o strada, infatti, quando si tratta di dotarsi di una bici di eccellenza, dalla prestazioni elevate e dalla fisionomia inconfondibile, i ciclisti di tutto il mondo guardano all’Italia. A quell’industria piantata nelle radici della tradizione ma capace di essere sempre un passo avanti nell’innovazione, per un telaio al carbonio o per un nuovo modello di freno.

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Pinarello, Colnago, Bianchi sono il top della categoria e non a caso nel riferirsi a queste fabbriche si usa spesso la metafora della “Ferrari della biciciletta”. Poco importa che oggi abbiano tutte una proprietà non italiana, avendo dovuto i fondatori allearsi con fondi di investimento capaci di finanziarne lo sviluppo per assicurarne la sopravvivenza in una battaglia industriale sempre più globale e squilibrata per la presenza di multinazionali della Sport Industry. L’artigianato hi-tech che innerva le produzioni dei “campioni” italiani fa ancora la differenza.

Nelle sei specialità previste a Tokyo (oltre all'inseguimento a squadre, ci sono l'americana e l’omnium in cui si cimenterà l’olimpionico di Rio e portabandiera Elia Viviani), la nazionale italiana si affida ai due modelli messi a disposizione da Pinarello: la Matt Italia (americana e omnium) e la Bolide HR, realizzati coinvolgendo in tutte le fasi anche gli atleti per definire al meglio le caratteristiche tecniche e aerodinamiche del mezzo.

Di padre in figlio

Nel 2017 Pinarello è stata acquisita da L Catterton, la più grande azienda di private equity consumer-focused del mondo, nata nel 2016 dalla partnership fra LVMH e il gruppo Arnault che detiene l’80%. Il resto del capitale è nelle mani di Fausto Pinarello, attuale presidente e deus ex machina, figlio del fondatore Giovanni. «Con questo nuovo assetto possiamo competere con i nostri concorrenti, italiani, americani e taiwanesi -spiega al Sole 24 Ore Pinarello dall’headquarter di Treviso - specie con quelli che hanno maggiori dimensioni. In piena pandemia, l’industria della bici ha tenuto e il nostro fatturato è cresciuto a quasi 65 milioni. Resteremo legati alla bici di alta gamma, di cui nei prossimi mesi lanceremo nuove linee, ma ci apriremo anche all'elettrico e al fuori strada, questo anche in relazione agli interessi sportivi del nostro partner Ineos». Per Pinarello infatti non c’è solo l’Italia, il 90% del fatturato viene dall’estero, con il Giappone secondo mercato, «per questo ho voluto che ogni nostra bici a Tokyo avesse anche una bandiera di questo Paese così legato al nostro brand» aggiunge Pinarello. Altri ciclisti hanno corso e vinto a Tokyo 2020 usando una bici dell’azienda trevigiana. Per il corridore ecuadoriano Richard Carapaz Pinarello si sta anche preparando un nuovo telaio con livrea d’oro in omaggio al titolo olimpico da sfoggiare alla prossima Vuelta. Mentre una nuova bici per il fuori strada è in cantiere per un altro portacolori del team Ineos Grenadiers, Tom Pidcock, altro campione olimpico nella mountain bike.

Le eccellenze

Un altro emblema del made in Italy della bici ha da sempre il suo centro operativo a Cambiago, nel milanese. La Colnago (circa 25 milioni di fatturato annuo), gestita dal patron Ernesto Colnago, classe 1932, un visionario che ha cambiato l’industria della bici con le sue invenzioni al carbonio, e che a maggio del 2020 ha scelto di cedere la maggioranza a Chimera Investments, fondo di Abu Dhabi proprietario del Uae Team Emirates, squadra che utilizza le biciclette dell’asso di fiori. «Avevamo bisogno di un socio che avesse la forza finanziaria per portare il marchio Colnago nel mondo - aveva spiegato il patron Colnago al Sole 24 Ore poco dopo l’annuncio dell’operazione -. Questo accordo permette di garantire la continuità. Colnago investirà sulla Lombardia per riportare sempre di più lavorazioni in Italia perché il made in Italy è un valore aggiunto». Già oggi la metà della produzione è fatta a Cambiago. L’obiettivo è aumentare il numero di modelli. Molti atleti Colnago hanno corso a Tokyo, come il vincitore del Tour 2020 e 2021 Tadej Pogačar, che si è aggiudicato il bronzo.

Tra i nomi più noti dell’industria ciclistica made in Italy c’è poi la Fabbrica Italiana Velocipedi Edoardo Bianchi, la più vecchia al mondo, risalente al 1885. Dal maggio 1997 la Bianchi fa parte della holding Grimaldi con sede in Svezia, di proprietà dell’italianissimo Salvatore Grimaldi. Nell’odierna sede della Bianchi (circa 75 milioni di fatturato nel 2020 con un target 2021 di 100/120 milioni) a Treviglio viene eseguita la progettazione dell’alto di gamma, ma da fine anno sarà avviato il percorso per riportare anche la produzione e il know-how in Italia. Bianchi che ha una forte leadership nel mercato nipponico è stata presente ai Giochi 2020 nelle prove in linea e a cronometro con 10 atleti di sette diverse nazioni.

Ci sono infine altre realtà che difendono il made in Italy nel settore. Nel World Tour 2021, il principale circuito del professionismo su strada, i team che usano marchi italiani sono 5. Bianchi, partner del team GreenEdge, Colnago, che fornisce le bici alla UAE, Pinarello, legata a Ineos, Wilier Triestina (fondata nel 1906 a Bassano del Grappa da Pietro Dal Molin) e De Rosa (creata nel 1953 a Cusano Milanino) che collaborano rispettivamente ad Astana-Premiere Tech e Cofidis

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