LETTERA DA LONDRA. LA LETTERATURA ANTI-BREXIT

Pinguini in marcia verso l’Europa

di Tommaso Munari


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Era la data fissata per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea

4' di lettura

Come tutte le rivoluzioni, anche quella del libro tascabile non scoppiò da un giorno all’altro, ma fu l’esito di un lungo processo. Ciò nondimeno si è soliti attribuirle una data di nascita e un padre: 1935, Allen Lane. Fu in quell’anno che l’amministratore delegato della Bodley Head, coadiuvato dai fratelli John e Richard, lanciò sul mercato inglese i Penguin Books. La loro formula? Opere di qualità, copertine attraenti, prezzi stracciati, tirature vertiginose. Nel giro di un anno la nuova casa editrice aveva venduto tre milioni di libri. Nel giro di due si era trasferita da un piccolo ufficio di Londra in uno stabilimento a Harmondsworth di quasi un ettaro. Nel giro di dieci, con un catalogo di oltre mille titoli e dieci collane, il marchio col pinguino era diventato il più riconoscibile dell’editoria occidentale.

Oggi la Penguin si appresta a compiere 84 anni, mentre ha superato da tempo il traguardo dei 3 miliardi di fatturato. La sua sede è di nuovo a Londra (al n. 80 dello Strand), ma, dopo essere stata acquisita dall’inglese Pearson e poi fusa con l’americana Random House, è ora di proprietà del colosso tedesco Bertelsmann. Il suo vastissimo catalogo si ramifica in una molteplicità di collane su cui dominano quelle di classici: Penguin Classics, Penguin Modern Classics, Penguin Little Black Classics, Penguin English Library e così via. L’ultima arrivata si chiama Penguin European Writers.

Nessuna sorpresa per l’immancabile “Penguin”, nessuna per il prevedibile “Writers”, ma cosa ci fa lo sconveniente “European” nel titolo di una collana editoriale inglese inaugurata nell’imminenza dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea? La congiuntura non è casuale.

Il merito dell’iniziativa – si legge nel comunicato stampa – spetta a Isabel Wall che, «spinta dall’attuale clima politico», ha deciso di «promuovere la letteratura europea tra i lettori britannici» ripubblicando alcuni classici del Novecento caduti nell’oblio. Editor della Penguin con una laurea in francese e italiano conseguita all’Università di Bristol, Wall mi spiega che la collezione è stata un modo per «opporsi alla retorica anti-europeista» diffusasi dopo il referendum del 23 giugno 2016. «Una collana anti-Brexit», conferma, rievocando la delusione provata da lei e dai suoi colleghi per l’esito del voto di tre anni fa.

Le chiedo se non ritenga che un’iniziativa del genere predichi ai convertiti. «No», replica, argomentando che una componente non marginale dei leavers è rappresentata da “lettori forti”. E a questo proposito ricorda che «l’attuale produzione editoriale britannica è costituita per il solo 3% da traduzioni». Un dato «scandaloso» che denota lo stato di insularità culturale in cui versa il Regno Unito e che sarebbe ancora più preoccupante se non fosse per l’eroico lavoro di piccole case editrici come Fitzcarraldo, Peirene e Tilted Axis.

    Gli «scrittori europei» accolti nella nuova collana Penguin sono per ora cinque. L’apripista è la spagnola di lingua catalana Mercè Rodoreda con il romanzo postumo La mort i la primavera (La morte e la primavera, Sellerio 2004), in cui l’io narrante compie un crudele e allucinato percorso di liberazione da una società arcaica e opprimente attraverso la morte. Le fanno seguito il nostro Cesare Pavese con La bella estate (Einaudi 1949) – campione di vendite con 14mila copie – e la francese Violette Leduc con La femme au petit renard (La donna col renard, Feltrinelli 1969), due opere che narrano rispettivamente la perdita d’innocenza di una sartina e la resistenza alla solitudine di una zitella in miseria. E nei prossimi mesi arriveranno in libreria due gioielli del Nord: in aprile Der Zug war pünktlich del tedesco Heinrich Böll (Il treno era in orario, Mondadori 1974) e in settembre Bränt barn dello svedese Stig Dagerman (Bambino bruciato, Iperborea 1994). Un piccolo e raffinato pantheon letterario che Isabel Wall vorrebbe ora arricchire di autori di altre lingue e nazionalità.

    Certo ci si potrebbe chiedere che cosa accomuni e renda europei scrittori così diversi, al di là dell’appartenenza geografica all’Europa o di quella culturale alla «repubblica delle lettere». Ma la domanda sarebbe mal posta dal momento che la cultura europea è storicamente un vestito d’arlecchino. E la risposta andrebbe se mai cercata nella futura articolazione della collana, nella sua capacità di costruire un dialogo fra gli autori che entreranno via via a farne parte.

    Nel frattempo la Penguin ha costruito attorno alle loro opere un compatto paratesto. All’esterno vivaci e colte copertine ideate da Chris Bentham che uniscono motivi grafici a fotografie d’autore in bianco e nero (Herbert List, Thurston Hopkins, Henri Cartier-Bresson, George Wittenstein, Claude Jacoby). All’interno oneste introduzioni firmate da scrittori contemporanei (Colm Tóibín, Elizabeth Strout, Deborah Levy, Anna Funder, Siri Hustvedt), talvolta troppo inclini ad addomesticare le opere presentate per il pubblico inglese. Se per esempio è stuzzicante il parallelismo fra la fiaba nera di Rodoreda e i romanzi di László Krasznahorkai proposto da Tóibín, è a dir poco azzardato l’accostamento fra il racconto di Pavese e la saga di Elena Ferrante suggerito da Strout.

    Quanto alle traduzioni, la Penguin si è per ora limitata a rispolverarne di esistenti: Martha Tennent per Rodoreda, J. W. Strachan per Pavese, Derek Coltman per Leduc, Leila Vennewitz per Böll e Benjamin Mier-Cruz per Dagerman, ciascuna avvolta nel colore del tempo in cui fu pubblicata.

    Sicuri o incerti che siano, i primi passi di una collana come questa vanno osservati con ammirazione e curiosità, nell’attesa di scoprire dove la condurranno i successivi. Quali saranno i futuri Penguin European Writers? Fino a dove si estenderanno i confini geografico-letterari della collezione? Coincideranno con quelli dell’Unione Europea o abbracceranno tutti i Paesi d’Europa comprese l’Islanda, la Russia e la Turchia? Ma soprattutto: entrerà mai a far parte della collana uno scrittore inglese?

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