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Pink Floyd, 50 anni di «The Dark Side of the Moon» spiegati canzone per canzone

Cinquanta milioni di copie vendute e 950 settimane trascorse nella Billboard 200. Viaggio al centro del longseller per eccellenza della storia del rock

di Francesco Prisco

Ucraina, i Pink Floyd tornano insieme per sostenere Kiev

5' di lettura

The Dark Side of the Moon, album da 50 milioni di copie grazie al quale i Pink Floyd uscirono dal «sagrato» della psichedelica britannica per imporsi come fenomeno mainstream globale, fu pubblicato l’1 marzo del 1973 sul mercato americano e il 16 marzo in Inghilterra. A distanza di 50 anni, è tempo di grandi celebrazioni: il 24 marzo esce il cofanetto The Dark Side of the Moon 50th Anniversary che include Cd e vinile gatefold con la nuova rimasterizzazione 2023 dell’album in studio e audio Blu-Ray e Dvd con l’originale mix 5.1 e le versioni stereo rimasterizzate.

Il mondo è cambiato (e non poco) rispetto a quel fatidico primo marzo di 50 anni fa: la contrapposizione democrazie liberali-blocco comunista ha lasciato il posto a quella tra occidente e autocrazie. La gloriosa Emi non esiste più e, dal suo fallimento, il repertorio floydiano è passato a Warner Music. Il catalogo dei Pink Floyd è in vendita, ma il dossier, stimato sui 500 milioni, non si sblocca. Anche a causa dei punti di vista abbastanza diversi sulla guerra in Ucraina tra gli ex membri Roger Waters-David Gilmour. Mettici poi che l’ingestibile Waters è anti-sionista convinto e la circostanza ha portato, di recente, all’annullamento di suoi concerti in Polonia e Germania. Nonostante tutto, il vinile di Dark Side continua a piazzarsi, anno dopo anno, in posizioni di vertice nelle classifiche dei supporti fisici più venduti. Rendiamo omaggio a questo capolavoro facendolo «a pezzi». Perché, a osservare un’opera d’arte centimetro per centimetro, c’è sempre qualcosa da scoprire. Vale anche per quello che, a oggi, è l’unico disco della storia ad aver trascorso 950 settimane nella Billboard 200.

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Speak to me

È l’intro della concept opera, il brevissimo brano di rumorismo avanguardistico che ci introduce alle atmosfere del disco. Parte in fade in, riunisce il battito del tempo e della vita, il tintinnare dei danari, le voci distratte e incomprensibili degli avventori di Abbey Road «intervistati» dalla band, urla di follia. Quel battito che avanza, in realtà, non era nuovissimo: arrivava da Heart beat, pig meat che i Pink Floyd composero nel 1969 per la colonna sonora si Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni.

Breathe

David Gilmour che si destreggia tra un arpeggio ipnotico di chitarra e una lapsteel vagamente hawaiana, il ritmo compassato della batteria di Nick Mason, Waters che al basso fa il minimo sindacale, Rick Wright che puntella il tutto al sintetizzatore. Poi la voce di Gilmour che, delicata come il tuono, sussurra le liriche immortali di zio Roger. Breathe è magia, ma anche artigianato: nasce da un’improvvisazione risalente al live in Cincinnati del novembre 1971. Era il periodo in cui Wright non faceva altro che ascoltare Kind of Blue di Miles Davis. E si sente: il giro armonico riprende All Blues.

On the run

L’idea iniziale era collocare come terza traccia del disco un’improvvisazione chitarristica di Gilmour che si produsse in The Travel Sequence. Ottima prova, ma per passare alla storia devi fare qualcosa in più. O forse qualcosa in meno: i Nostri allora, consultandosi con quella vecchia volpe di Alan Parsons, tolsero la chitarra e inserirono loop di sintetizzatore. Ne venne fuori una specie di sintesi musicale del significato dell’esistenza nell’evo contemporaneo. Vite «in corsa» ma anche «impazzite».

Time

Forse la gemma più brillante del «Lato oscuro». Un’amara meditazione sul tempo che passa inesorabile sui nostri corpi impotenti. Quando nel ’71 Waters la fece ascoltare alla band, in versione acustica chitarra e voce, sembrava qualcosa a cavallo tra le suggestioni degli ultimi Beatles e il primo David Bowie. Ci si misero a lavorare tutti e quattro in studio, tra la fine del ’71 e l’inizio del ’72. Ne uscì il capolavoro che tutti conosciamo: prima il rumore del silenzio, poi il ticchettio di un orologio, quindi l’esplosione delle sveglie. Intro chitarristico, preziosismi alle tastiere. E ancora la voce di Gilmour sulla strofa in levare che si incrocia a quella di Wright nell’enfatico ritornello. E quell’assolo di chitarra melodico che ti penetra fin dentro allo stomaco. Commovente.

The Great Gig in the Sky

Uno strumentale delicato sul tema più indelicato da trattare in musica: la morte. Farina del sacco di Wright: in principio era un assolo d’organo, con il ben più impegnativo titolo di The mortality sequence. Session dopo session, si tradusse in un arpeggio pianistico accompagnato da lapsteel. Quindi irrompono basso, batteria, organo e soprattutto la voce della corista Clare Torry. Da pelle d’oca.

Money

I bassisti bravi non suonano mai due volte un giro allo stesso modo, quelli furbi non buttano via niente. Roger Waters appartiene alla seconda categoria: la sua linea più famosa, quella di Money, riprende nella parte centrale l’accompagnamento di Moonhead, strumentale che i quattro di Cambridge nel 1969 realizzarono come colonna sonora di un documentario della Bbc. Ma Money è molto di più: un blues tagliente sulla dipendenza dell’uomo dal denaro, su quei «sogni di filigrana» che ci spingono a correre più forte fino a renderci peggiori. Una pietra miliare.

Us and them

Se ogni grande disco della storia del rock conta almeno una ballad, Us and them è quella di Dark Side. Una ballad atipica sull’importanza dell’«altro», con il sax furbacchione di Dick Parry in risalto. Liriche di Waters, musica di Wright: il pezzo, in origine, era uno strumentale pianistico (titolo: Riot scene) scritto sempre per la colonna sonora di Zabriskie Point. Ad Antonioni non piacque e la band se ne re-impossessò, eseguendolo dal vivo già a partire dal 1970. Col senno di poi, ci hanno fatto un affare. Della serie: ogni tanto pure Michelangelo si addormenta.

Any colour you like

Quarto (e ultimo) strumentale dell’album, il brano in prima battuta sembra una dimostrazione delle meravigliose storti e progressive di un sintetizzatore analogico. L’idea originaria prevedeva un’improvvisazione vocale in stile scat di Gilmour, poi quest’ultimo ci ripensò e, piuttosto che con la voce, si mise a improvvisare chitarra in mano. Una specie di passaggio di consegne tra ciò che i Floyd erano prima di Dark Side e ciò che saranno dopo.

Brain Damage

Forse non tutti sanno che Roger Waters è un grande fan di John Lennon. Da una variazione sul tema chitarristico di Dear Prudence compose Brain Damage, lucida quanto dolorosa meditazione sulla follia o – se vogliamo – sulla sorte che, dopo qualche acido di troppo, era toccata al vecchio compagno di merende Syd Barrett. È con le liriche che zio Roger qui si supera: «E se la nube esplode un tuono nel tuo orecchio/ gridi ma nessuno sembra sentire/ E se la band di cui fai parte comincia a suonare in modo diverso/ ti rivedrò sul lato oscuro della luna». Una curiosità: l’arrangiamento di chitarra riprende quello di Unknown song, ennesimo scarto della colonna sonora di Zabriskie Point.

Eclipse

È il pezzo dei «titoli di coda», il gran finale epico che ti rimane attaccato addosso. Composta nel corso del tour britannico del 1972, Eclipse - il cui titolo fu a lungo in ballottaggio per dare nome all’intero album – suona come una specie di litania laica: «Tutto quello che è adesso/ Tutto quello che non c’è più/ Tutto quello che ci sarà/ e ogni cosa sotto il sole è in sintonia/ ma il sole è eclissato dalla luna». Il pezzo finisce, irrompe sottile la voce di un intervistato: «In realtà non c’è un lato oscuro. È tutto oscuro». Amen.

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