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Pink Floyd, Blackstone in pole position per l’acquisizione del catalogo

Hipgnosis Song Management, società di Mercuriadis su cui ha investito il fondo Usa, offre più di 500 milioni per diritto d’autore e master

di Francesco Prisco

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2' di lettura

La partita è a cinque e gli equilibri, rispetto a prima dell’estate, sono un bel po’ cambiati: le etichette discografiche Bmg, Warner Music, Sony Music e i fondi Primary Wave e Hipgnosis Song Management si contendono diritto d’autore e master sull’intero catalogo dei Pink Floyd. Ma è proprio Hipgnosis - società fondata dall’ex manager di Beyoncé e Guns n’ Roses Merck Mercuriadis - a essere passata in vantaggio: secondo le indiscrezioni del Financial Times, grazie a un offerta di oltre 500 milioni di dollari da qui a quattro settimane potrebbe chiudere la pratica.

Ci sono tutti i presupposti perché il deal diventi il più ricco, nel suo genere, da quando (correva il dicembre 2020) è cominciata la corsa all’oro del diritto d’autore da parte di major discografiche e fondi d’investimento. Più ricco della vendita dei diritti di Bruce Springsteen e Bob Dylan. E Blackstone, che su Hipgnosis ha investito un miliardo, ha tutta la volontà di affermarsi come il player che mette a segno l’operazione più consistente di questo genere.

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Hipgnosis ha acquistato finora cataloghi per 341 milioni di dollari mettendosi in portafoglio i diritti di artisti come Leonard Cohen, Justin Timberlake, Nile Rodgers e Nelly Furtado. L’operazione, nelle intenzioni degli advisor, doveva concludersi in sterline ma l’indebolimento della valuta inglese ha fatto sì che si ripiegasse sul dollaro. Questo mese Hipgnosis ha emesso obbligazioni per 222 milioni di dollari, utilizzando i diritti d’autore musicali come garanzia. In questo modo è stato possibile rifinanziare il debito contratto per le prime acquisizioni.

Cedere i diritti (e in alcuni casi i master) del proprio songbook significa tanto per cominciare mettersi al riparo dalle imponderabili dinamiche di un mercato discografico che non era mai stato volatile come lo è nell’era dello streaming. Oggi le major si quotano per cifre da capogiro, ma è ancora vivo il ricordo degli anni bui della crisi di Napster. Negli Stati Uniti, poi, in questo particolare momento storico anche a livello fiscale è meglio avere una grossa cifra da re-investire che un asset i cui margini saranno tutti da verificare nel medio lungo termine, quando la palla passerà agli eredi. E il punto forse è proprio quest’ultimo: tra i cespiti di un testamento, i soldi sono molto più facili da dividere. Mica è casuale che tutti i grandi del rock che si avventurano su queste strade sono a fine corsa.


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