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Pir, fondi in allarme sui decreti: troppi vincoli, raccolta a rischio

di Lucilla Incorvati


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5' di lettura

Meno di 60 milioni. Per la precisione: 57,9 milioni. È quanto hanno raccolto i Piani individuali di risparmio a gennaio. Attenzione, però, sono i flussi che arrivano solo da chi un piano lo ha acquistato nel 2018 o nel 2017, quindi prima dell’entrata in vigore a gennaio della legge di bilancio 2019 che di fatto ha bloccato il mercato. La nuova normativa prevede nuovi vincoli all’investimento (3,5% del patrimonio da destinare all’Aim e 3,5% al venture capital), ma finché non arrivano i decreti attuativi che spiegano con quali criteri investire, nessuno si muove.

La reazione dell’industria del risparmio gestito
Le nuove regole non piacciono in primis ad Assogestioni, che sin dall’inizio si è detta contraria al nuovo regime perché crea prodotti senza quella liquidabilità necessaria per uno strumento destinato ai piccoli investitori come è il fondo comune di investimento. Il giudizio è ancor più negativo di fronte alle prime indiscrezioni pubblicate ieri da Il Sole: «Per un commento ci riserviamo di leggere il contenuto del Decreto - spiega Marco Rosati, ad di Zenit Sgr, tra le prime società a credere nel prodotto Pir - ma è stupefacente che dopo la scelta discutibile di mettere mano ad una legge che funzionava anche ora alle prese con la parte pratica il legislatore non si sia confrontato con l’industria del risparmio gestito».

«Lo strumento Pir è stato fino alla fine del 2018 un successo - gli fa eco Tommaso Corcos, ad di Eurizon

- Si è aperta infatti una strada allo sviluppo di fonti di finanziamento alle Pmi alternativo al canale bancario che ha avuto già tante ricadute positive. Purtroppo è evidente che le novità normative introdotte che prevedono l’inserimento di nuovi vincoli in strumenti illiquidi, sono incompatibili con la natura del fondo aperto. Gli strumenti illiquidi trovano una collocazione naturale dentro i fondi chiusi come l’Eltif che potrebbe avere una veste Pir compliant». L’ad di Eurizon auspica un rimettere mano alla disciplina dei Pir, differenziando adeguatamente le due forme di investimento. E anche Alessandro Melzi d’Eril, condirettore Generale di Anima Sgr, auspica che il decreto chiarisca alcuni punti: «Per esempio sui titoli quotati su AimItalia ci auguriamo che il limite dei 7 anni non sia restrittivo perché restringe l’universo investibile, escludendo le società che hanno più di sette anni di vita. Sempre in riferimento al limite dei sette anni, sarebbe anche auspicabile che il Decreto indicasse che cosa può accadere agli investimenti se superano i sette anni. Per ora siamo alla finestra ma certamente non siamo obbligati a lanciare nuovi Pir. Ogni nuova iniziativa è frutto di un’attenta valutazione delle opportunità del business ».

L’avvio dei Pir e lo slancio di Aim Italia
Ricordiamo che sopratutto il segmento Aim Italia ha vissuto una crescita senza precedenti sia in termini di aziende quotate. Secondo l’Osservatorio Aim Italia al 7 marzo 2019 il segmento conta 115 società con un giro d'affari di 4,6 miliardi di euro e una capitalizzazione di 6,6 miliardi di euro. Il 2018 è stato un anno record con 26 nuove quotazioni, di cui 19 aziende e 7 SPAC. Dalla nascita di Aim Italia ad oggi i capitali raccolti in Ipo (equity) sono pari a 3,6 miliardi, di cui, in media, il 93% provenienti da nuova emissione di titoli. La raccolta complessiva, incluse le successive operazioni sul secondario, è pari a 4,2 miliardi di euro. L'identikit della società Aim Italia presenta, in media, ricavi pari a 39 milioni di euro (+11% rispetto al 2016), un Ebita Margin del 13,6%, capitali raccolti pari a 7,5 milioni una capitalizzazione per 39 milioni e un flottante post quotazione pari al 30% (Spac escluse)

La posizione degli analisti finanziari

Alberto Borgia, presidente Aiaf, sottolinea che la normativa si è irrigidita impattando su strumenti positivi sia dal punto di vista finanziario sia fiscale. «L’ingresso dei venture capital, sebbene sia comprensibile la volontà del Governo - spiega -, porta con sé un rischio troppo elevato per gli investitori vista l’incognita dettata proprio dalla difficoltà di valutazione degli stessi con una formulazione del capitale non ben definita. La soglia del tetto dei 15 milioni può essere positiva, soprattutto come iniezione alle nostre Pmi, anche se al momento sembra ancora mancare un indirizzo ben preciso».

L’ottimismo di Aifi
Dall’altro lato c’è il mondo del Venure Capital che invece guarda con ottimismo ai nuovi Pir e si sta preparando per cogliere questa opportunità con fondi dedicati. «Molti fondi erano già in fase di raccolta - spiega Alessandra Bechi, vice direttore di Aifi («Bene la riforma dei Pir, in arrivo più risorse alle Pmi») - e quindi ora stanno lavorando nell’individuazione delle società sulle quali poi una volta arrivati i dettagli del Decreto dovranno investire. Alcune società stanno pensando all’avvio di fondi ad hoc». Quanto ai contenuti possibili del Decreto, Bechi sottolinea come, riguardo alla soglia dei 15milioni di investimento ci sia quel dovuto allinemento alla normativa europea «sul quale non vediamo risvolti negativi, anzi velocizza la procedura ed evita una notifica se ci si discosta dalla comunicazione aiuti di Stato. Più complesso è l’onere della certificazione obbligatoria che sembra dovrà essere rilasciato dalle aziende e che essendo nuova attendiamo di conoscere meglio i dettagli e le modalità in cui dovrà essere rilasciata.

La nascita di fondi di venture capital ad hoc
E’ al lavoro sui nuovi strumenti di venture capital in vista dei Pir di nuova generazione il team di United Ventures . «Le start up sono le imprese innovative del nostro paese che non possono essere trascurate se si vuole intervenire sulla crescita dell’economia reale che è poi il vero obiettivo che si è voluto perseguire con il lancio dei Pir - sottolinea Massimiliano Magrini, direttore generale di United Ventures - Sul tema della illiquidità penso che il 3.5% sia un peso tutto sommato gestibile e che possa avere un basso impatto sull’intero portafoglio in termini di rischio. Certo, forse può essere più gravoso per il gestore da un punto di vista amministrativo. Ma tutti gli investitori più accorti e che puntano a ritorni interessanti oggi nel mondo guardano a questa asset class che è la nuova asset class. Pensando all’industria dei Pir italiani penso si debba procedere con dei prodotti ad hoc. Ad esempio, nuovi fondi di Venture Capital che selezionino start up che rispondano ai requisiti dalla normativa europea in tema di Pmi ».

La proposta di Assosim: percentualizzazione dell’agevolazione fiscale
Non mancano poi contributi concreti come quelli di Assosim che propone la “percentualizzazione” dell’agevolazione fiscale in caso di mancato raggiungimento delle percentuali minime di investimento di un Pir in strumenti negoziati in un Mtf e in fondi di venture capital. «Si vuole evitare che la evidente difficoltà/impossibilità per i gestori di rispettare sin da subito il vincolo richiesto per tali investimenti - dettaglia Franco Fondi, coordinatore del Comitato permanente fiscale di Assosim - blocchi la sottoscrizione di nuovi Pir e nel contempo di dare tempo al mercato per rendere disponibili strumenti acquistabili. Si tratterebbe di prevedere in caso di mancato raggiungimento dei limiti di investimento in strumenti negoziati in un Mtf e in Fvc il beneficio della esenzione fiscale ridotto in proporzione alla percentuale che il Pir non è riuscito ad investire con riferimento al periodo minimo di detenzione di ameno cinque anni o sino al disinvestimento».

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