Societa

Piramide spaziale sulla via della modernità

di Giuseppe Lupo


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5' di lettura

Se si guarda verso l’alto, la struttura metallica che sta al centro dell’area di servizio Villoresi Ovest sembra indicare che non sono passati sessantun anni dal giorno dell’inaugurazione. L’area si trova alle porte di Milano, sull’Autostrada dei Laghi, e ci si arriva da nord, avendo alle spalle la corona delle Alpi. Il parcheggio è sempre pieno di mezzi pesanti in cerca di pausa, raramente le auto sostano più del necessario per un panino o un caffè. La fretta rischia di sviare l’attenzione da uno dei simboli di quell’Italia euforica e speranzosa, che alle soglie degli anni 60 aveva improvvisamente abbandonato carri e biciclette per salire a bordo di Lambrette, Vespe, Cinquecento, giardinette familiari e lanciarsi nell’avventura del boom economico.

Bianchetti (a d.) con Le Corbusier in occasione dell'Expo di Parigi del 1937. Archivio Arch. Jan Bianchetti

Il futuro secondo Bianchetti

Angelo Bianchetti, l’architetto che nel 1958 progettò quest’area, volle pensare a qualcosa che trasmettesse l’idea del futuro. Disegnò un’impalcatura bianca a forma di piramide, con una cupola dalle punte rotonde, una ventina di metri più alta rispetto all’edificio circolare, dove ancora oggi si trovano bar, ristorante, tavoli, sedie, panche e dove un enorme lampadario a goccia pende dal soffitto. Non lo sapeva, ma due anni dopo la rivista statunitense «Life» avrebbe dedicato un articolo al suo gioiello con questo titolo: «Italian Luxury for Export and Those at Home, Too». Bianchetti si era formato secondo il gusto del Bauhaus e con alcuni dei suoi esponenti di spicco (Gropius, Breuer, il grafico Xavinski) aveva avuto anche rapporti diretti. Una foto lo ritrae in posa disinvolta al fianco di Le Corbusier, durante l’Esposizione Internazionale di Parigi, nel 1937. In lui si radunava quella tradizione milanese che negli anni 30 assegnò al dibattito sull’urbanistica il valore di uno speciale crocevia da dove osservare i caratteri del moderno.

L'articolo del 1960 della rivista «Life» «Italian Luxury for Export, and Those at Home, Too» che celebrava la costruzione e l'efficienza del futuristico autogrill progettato da Angelo Bianchetti . Autogrill.com

Il futuro che Bianchetti prefigurò nell’armonia di triangoli e cerchi dell’autogrill Villoresi Ovest manifestava i segni di un’epoca che respirava nella sfida dell’uomo contro le leggi di gravità. Erano gli anni delle conquiste spaziali e qualcosa che appartiene al linguaggio dell’universo da esplorare è rimasto ancora oggi nell’atmosfera che si avverte ai piedi di questa piramide, come se da un momento all’altro dovesse planare il razzo di Yuri Gagarin o il Lem con cui Neil Armstrong arrivò per la prima volta sulla Luna, esattamente cinquant’anni fa.

Probabilmente è la chiave di mistero a vincere con il suo fascino le insidie del tempo, anche se si tratta di una lettura per sottintesi.

Lo schizzo di Bianchetti con il quale immaginò la costruzione dell'autogrill di Lainate. Archivio Arch. Jan Bianchetti

Paesaggio modificato

Intorno alla piramide il paesaggio si è modificato: i veicoli in transito, le marche di benzina, il tipo di manto stradale, la forma dei guardrail. Qualche variazione l’hanno subita perfino gli argini del canale Villoresi, che presta il nome all’area di servizio e scorre a poche centinaia di metri, travasando l’acqua del Ticino nell’Adda dopo un viaggio di 86 chilometri.

Immagine d'epoca dell'autogrill Villoresi Ovest. Archivio Arch. Jan Bianchetti

La pianura, a confrontarla con quella di ieri, contiene meno alberi e un maggior numero di hotel, depositi, spazi espositivi. La struttura di metallo invece continua a sembrare un enorme oggetto totemico, innalzato per celebrare il dio della modernità ed è solitaria, maestosa ma non rozza, i suoi bracci sono punteggiati da faretti, le sue linee morbide e flessuose sembrano resistere impavide all’usura delle piogge e alla sporcizia dell’aria. La sua essenza è nell’apparire un gigante destinato a contemplare l’infinito correre di macchine e camion, magari con il rischio di manifestare indifferenza nei confronti delle vite che si intrecciano ai suoi piedi, di essere una presenza sfumata così come appare nel secondo episodio del fim Ieri, oggi, domani (1963). Nella pellicola di Vittorio De Sica, Marcello Mastroianni e Sophia Loren interpretano due amanti che si allontanano da Milano per una gita domenicale – lei ricca e annoiata, lui gentile ma di modeste condizioni economiche – e proprio quando la Rolls Royce, su cui sono a bordo, transita da quelle parti la donna propone uno scambio alla guida dell’automobile. La piramide bianca è una spettatrice inconsapevole del loro amore clandestino e anche dell’ebbrezza che l’uomo prova maneggiando il lusso. Solo un particolare fa la differenza rispetto a quel che vediamo nei giorni nostri: la scritta Pavesi dentro il grande cerchio in cima ha lasciato il posto alla A di Autogrill.

Mario Pavesi, l’industriale dolciario di Novara, aveva avuto l’idea che gli automobilisti non avessero solo bisogno di carburante durante il viaggio e già nell’immediato dopoguerra aveva pensato a un punto di ristoro tra Milano e Torino, a pochi passi dalla propria azienda. Sarebbe stato il primo dei numerosi autogrill che spuntarono lungo le autostrade italiane, il padre di tutti gli altri, e portava anch’esso la firma di Angelo Bianchetti: un bar con tavoli e pergolato, sormontato da un ponte di metallo su cui sventolavano le bandiere. Negli anni successivi Bianchetti avrebbe modificato la struttura: da semplice locale a piano terra lo avrebbe trasformato in un lussuoso ponte di cemento armato, largo quanto le due carreggiate e listato di arancione. Bianchetti disegnò numerose altre strutture metalliche come quella del Villoresi Ovest (a Ronco Scrivia, per esempio) o “a ponte”, come a Fiorenzuola d’Arda, a Montepulciano, a Chianti. Il primo tipo riprendeva il tema della verticalità, il secondo indicava qualcosa che lasciasse pensare a un orizzonte piatto e sopraelevato.

Svolta automobilistica

La modernità automobilistica si divideva fra le coordinate delle ascisse e delle ordinate, stava tutta in uno spazio e in un tempo che si credeva infinito, presto destinato a diventare cronaca quotidiana non più in bianco e nero, ma a colori, come la foto un po’ fumettistica che nel luglio del 1955 accompagnava al suo debutto la rivista «Il Gatto Selvatico»: un’area di servizio, auto parcheggiate, bandierine appese ai fili e la scritta Eni, nera sull’insegna gialla. Qualcuno degli intellettuali pensò che quella immagine non fosse del tutto veritiera rispetto al panorama in cui si muoveva l’Italia di quegli anni e biasimò l’eccessiva indulgenza nell’ammiccare a un domani che sarebbe stato prossimo venturo. Fu un errore non accorgersi di quanto fosse necessario credere in quel futuro agli occhi di un popolo che fino ad allora aveva avuto a disposizione solo i romanzi americani per sognare insegne al neon, alte nella notte, a rischiarare i sogni. Poi tutto sarebbe divenuto consuetudine, ripetizione. Anche la modernità avrebbe denunciato la sua noia e l’entusiasmo si sarebbe concluso nel giro di pochi anni.

Nessuno più oggi si accorge che i faretti sulle fasce esterne della grande piramide sono spenti. Per fortuna la struttura di Lainate (e quella Giovi di Ronco Scrivia) sono vincolate dalle rispettive Soprintendenze. Sarebbe bello, però, che i fari si riaccendessero un’altra volta, a illuminare la pianura, com’era agli inizi.

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