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Pistacchi: energetici e proteici (quanto la carne). Ma made in California

di Ilaria Vesentini

3' di lettura

Sono efficaci antistress grazie al magnesio e alle vitamine del gruppo B. Migliorano l'umore perché ricchi di triptofano che aumenta la seratonina. Stabilizzano il metabolismo e controllano l'appetito perché il mix di proteine, fibre e grassi sani garantisce senso di sazietà senza provocare picchi glicemici. Sono un antidoto contro l'invecchiamento, le malattie cardiache e l'artrosi tra la carica di antiossidanti e i fitosteroli.

Stiamo parlando dei pistacchi, i frutti verdi diventati simbolo della California, che tra guscio spezza-noia e cuore dalle virtù benefiche certificate da studi internazionali, «sono oggi un alleato unico per la cucina e gli chef made in Italy, perché per la loro versatilità si prestano dagli antipasti ai dolci», spiega Judy Hirigoyen, vicepresident global marketing di American pistachio growers. La nuova associazione agricola no profit d'oltreoceano che ha riunito più di 620 produttori di pistacchi tra California, Arizona e New Messico, i tre stati americani da cui arriva il 50% della produzione mondiale del frutto verde.

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All’America il primato produttivo

Proprio gli “american growers” in occasione dell'ultimo Salone internazionale del gelato e pasticceria Sigep di Rimini sono partiti in Italia con la campagna “Il potere dei pistacchi” per diffondere il valore (e il business) di un cibo funzionale unico per qualità organolettiche ed ecletticità a tavola.
Già dai tempi antichi (le prime testimonianze risalgono al 7000 a.C. in Turchia) i pistacchi erano noti come “droga medicinale”: energetici (570 Kcal per 100 grammi), con il 21% di proteine (quante la carne), solo grassi “buoni” (monoinsaturi e polinsaturi), oltre il 10% di fibre e meno dell'8% di zuccheri semplici, nonché integratori naturali di minerali (potassio, calcio, ferro, magnesio, fosforo, manganese) ed eccellente fonte di vitamine (tiamina, vitamina B6, E e folati) e polifenoli.

Produzione da un miliardo di dollari

«Nel 2016, ottima annata, i pistacchi coltivati negli Usa hanno rappresentato oltre la metà della produzione globale, per un valore netto di oltre un miliardo di dollari. Di questi il 60%, ovvero circa 600 milioni di dollari, sono esportazioni - precisa Hirigoyen - in Europa soprattutto, che assorbe tra il 40 e il 50% dei nostri flussi esteri. Ma è in Italia che prevediamo potenzialità di sviluppo sopra la media, per la particolare attenzione e tradizione alla salute e alla cucina del vostro Paese. Gli italiani hanno un gusto molto raffinato per i pistacchi, perché i “frutti verdi” sono da sempre nella cultura alimentare italiana. Utilizzare i pistacchi come ingrediente base è invece una grande novità».

Nel Belpaese le vendite dell'American pistachio growers oscillano a seconda delle annate dalle 1.400 alle 3mila tonnellate, volumi che pareggiano la produzione “home made”, tra cui la nicchia pregiata dei rinomati pistacchi di Bronte, Biancavilla e Adrano alle pendici dell'Etna, tutelata dal marchio Dop.
La campagna culturale pro consumi di pistacchi avviata nel nostro Paese dagli americani potrebbe indurre come effetto a cascata anche un risveglio dei progetti nostrani di coltivazione, già in passato studiati dall'Istituto sperimentale per la frutticoltura di Roma, per dimostrare che la coltivazione del pistacchio in Italia può essere competitiva con altre colture, soprattutto in contesti agronomici difficili e puntando su cultivar pregiate, ricorda l'Accademia dei georgofili. «Ma a dettar legge è comunque la California - precisa l'istituzione fiorentina - che dal 2000 a oggi ha più che raddoppiato le superfici investite a pistacchio e condizionerà sempre più pesantemente i prezzi (e quindi i margini) sul mercato mondiale. Anche la fine delle sanzioni nei confronti dell'Iran, Paese che si gioca con gli Stati Uniti la leadership mondiale (Usa, Iran e Turchia coprono l'85% della produzione totale di pistacchi), a sua volta influenzerà in modo determinante l'offerta e i prezzi anche in Italia».

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