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Pitti Filati, dazi e incertezze pesano sull’industria della maglieria

I produttori italiani di filati ora hanno una preoccupazione in più: la situazione climatica dell’Australia per la siccità che mette a rischio la qualità della lana merino

di Silvia Pieraccini

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I produttori italiani di filati ora hanno una preoccupazione in più: la situazione climatica dell’Australia per la siccità che mette a rischio la qualità della lana merino


2' di lettura

Non è una fase brillante per i produttori italiani di filati che, concentrati come sono sul segmento laniero (oltre l’80% del fatturato), ora hanno una preoccupazione in più: la situazione climatica dell’Australia, non tanto per gli incendi (che non sembrano aver colpito in modo significativo le pecore), quanto per la siccità che mette a rischio la qualità della lana merino, la più pregiata al mondo, utilizzata da tutti i brand della moda di lusso.

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Alla fiera Pitti Filati di Firenze, prestigiosa vetrina fiorentina di 136 marchi (di cui 19 esteri) che presentano le collezioni primavera-estate 2021 di filati per maglieria, l’Australia aleggia tra gli stand come un fantasma. «Ancora è difficile capire l’entità del problema e se ci saranno ritardi nelle consegne – dice Paolo Todisco, amministratore delegato della biellese Zegna Baruffa, più di 100 milioni di fatturato 2019 tornato sui livelli di due anni prima -. Siamo attenti ma non preoccupati».

Il 2019 è stato un anno difficile per l’industria italiana della filatura, con il fatturato sceso, secondo le stime Confindustria Moda, del 5,8% a 2,7 miliardi, penalizzato sia dal mercato interno (-4,5% i consumi) sia dall’export che – a differenza di tutti gli altri comparti della moda – è diminuito (-4,9% a 806 milioni). E anche se nei filati l’export diretto (pari al 29% del fatturato) ha scarso significato, visto che gran parte dei fili lavorati dai maglifici italiani prende comunque la via dell’estero, rappresenta un segnale preoccupante. Un segnale che non sembra invertirsi quest’anno, tra minacce di dazi, turbolenze geopolitiche, incertezze economiche e inevitabile propensione all’acquisto ridotta.

«Stanno andando bene solo i filati di fascia alta – spiega Alessandro Bastagli, patron della pratese Lineapiù specializzata nei filati fantasia ad alta creatività, 40 milioni di fatturato – mentre soffrono quelli di fascia media». Il distretto pratese, con 82 imprese produttrici di filato, 1.500 addetti e 620 milioni di valore della produzione, è all’avanguardia nella sostenibilità ambientale che al Pitti Filati – la più importante fiera al mondo – ha dominato la scena. «Ma la sostenibilità ha un costo – afferma Raffaella Pinori, coordinatrice dei Produttori di filati in Confindustria Toscana nord (Prato, Pistoia, Lucca) – che anche i nostri committenti devono capire».

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