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Pitti Uomo: l’industria della moda maschile al record dei 10 miliardi di ricavi

Dal 7 gennaio a Firenze la fiera più importante del mondo: sono in arrivo 24mila buyer. Rafforzato il peso dell’export

di Silvia Pieraccini

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Dal 7 gennaio a Firenze la fiera più importante del mondo: sono in arrivo 24mila buyer. Rafforzato il peso dell’export


3' di lettura

Ora che il 2019 è finito si può dire con certezza, confortati dai numeri: per l’industria italiana della moda uomo, che è il comparto più conosciuto e più apprezzato all’estero, è stato un anno record. A dispetto delle previsioni e dei disordini su alcuni mercati mondiali (primo fra tutti Hong Kong), il 2019 ha segnato una crescita del fatturato vicina al 4%, secondo le elaborazioni di Confindustria Moda, il miglior risultato dell’ultimo lustro che proietta il comparto a quota 10 miliardi di euro (9.900 milioni). Rispetto al 2014, l’industria italiana della moda maschile - che da oggi sarà protagonista del salone Pitti Uomo di Firenze con 1.200 brand - ha recuperato più di 1 miliardo di ricavi.

Il traino anche nel 2019 è arrivato dalle esportazioni, salite del 7,8% a sfiorare i 7 miliardi (6.896 milioni) e il peso del 70% (69,7) sul fatturato. È il decimo anno consecutivo di crescita dell’export. Cresce anche l’import (+7,3% a 4,6 miliardi) ma il surplus commerciale del settore migliora passando da 2 a 2,2 miliardi. Il rovescio della medaglia è il declino inarrestabile del mercato interno, che l’anno scorso ha perso ancora terreno (-3,5% i consumi finali di moda maschile), come accade ormai da anni.

Tra i mercati di sbocco dell’industria italiana della moda, i più dinamici nel 2019 (in questo caso i dati si riferiscono ai primi nove mesi) restano il Regno Unito, la Svizzera nella sua veste di hub logistico-commerciale e il Giappone, tutti con tassi di crescita vicini al 20%, ma anche Cina (+13,9%), Usa (+10,2%) e Corea del sud (+15,7%) se la cavano bene, e pure Germania (+5,5%), Francia (+9,3%) e Hong Kong (+8,5%) segnano incrementi importanti. Inferiore al 2% è invece la crescita di Spagna e Paesi Bassi, mentre l’unico mercato in controtendenza è la Russia, che nell’uomo segna -5,4% e assorbe “appena” 130 milioni in nove mesi. «La Russia è un Paese che ci preoccupa un po’ – spiega Claudio Marenzi, presidente di Pitti Immagine e di Confindustria Moda – perché ha un ruolo importante per il settore moda-accessorio e per il lusso in generale. Ci sono ombre che non riescono a diradarsi. Per fortuna l’Asia sta andando bene, anche se la Cina ha rallentato il ritmo di crescita, così come vanno bene gli Usa, ma adesso occorrerà vedere cosa succede con l’impeachment e le elezioni presidenziali».

Come ormai accade da tempo il futuro è appeso a tanti fattori esterni difficili da prevedere. E infatti le risposte degli imprenditori interpellati da Confindustria Moda si mantengono prudenti e per il 2020 indicano stabilità. La raccolta ordini per la primavera estate ha segnato ancora una flessione del mercato interno (-2%) e una crescita dell’estero (+5,2%), che fa ipotecare un altro anno trainato dalle vendite oltreconfine.

E infatti al Pitti Uomo l’attenzione sarà puntata sui buyer esteri, che contribuiscono a rendere internazionale un salone che da tempo ha scelto anche l’offerta senza confini: il 45% dei 1.200 marchi che espongono è straniero. In questa 97esima edizione sono attesi più di 35mila visitatori, di cui 24mila buyer. Tanti gli eventi tra cui quelli di Jil Sander, Stefano Pilati, Telfar, Brioni, Blauer, Woolrich, Sergio Tacchini, K-Way. Tra gli stand il focus è sulla moda sostenibile, declinata in mini-collezioni e capi fatti con materiali riciclati e con ridotto consumo di acqua e energia.

Per Pitti Immagine, la società che organizza Pitti Uomo, il successo del salone e il suo riconoscimento di qualità a livello internazionale hanno aperto una nuova sfida. «La fiera ha bisogno di una prospettiva di serenità – spiega Antonella Mansi, presidente del Centro di Firenze per la moda italiana (Cfmi), l’associazione pubblico-privata che controlla Pitti Immagine – considerato che la pressione competitiva è fortissima, i mercati e i canali distributivi cambiano con rapidità, il futuro restyling della Fortezza da Basso imporrà sei anni di lavori». Il passo già deciso è l’acquisizione per mano di Pitti Immagine di Firenze Fiera, la società che gestisce il polo fieristico-congressuale fiorentino formato da Fortezza da Basso, Centro congressi e Palazzo degli Affari, controllata in larga parte dagli stessi soci di Cfmi, anche se l’operazione destinata a dar vita a un player da 60 milioni di fatturato e un centinaio di dipendenti si sta rivelando più complessa del previsto. «Sarà chiusa entro marzo – annuncia Mansi – e segnerà il consolidamento di Pitti Immagine e delle aziende che espongono alle fiere. Servirà a rafforzare le radici e rendere più sicure le fondamenta».

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