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Più attenzione alle forme cooperative e alle istituzioni

di Fabrizio Galimberti


3' di lettura

Caro Galimberti,

il Suo invito a “chinarsi sui problemi micro”, rivolto agli economisti, mi pare vada al cuore del problema per una ragione molto profonda e raramente sottolineata. Avrà probabilmente notato che l’intero armamentario teorico che tradizionalmente abbiamo a disposizione risale al modello hobbsiano di ‘homo homini lupus’: dilemma del prigioniero, ‘moral hazard’, ‘adverse selection’, tragedia dei commons, equilibrio walrasiano...

Sono concetti e modelli buoni per l’homo oeconomicus, ma lontani anni luce dall’evidenza che ci viene dall’economia comportamentale e dalla nostra esperienza quotidiana. Rischiamo così di costruire una realtà arcigna fatta ad immagine e somiglianza di tali rappresentazioni.

Se la nostra buona disposizione verso gli altri e la nostra fiducia in loro sono molto più facilmente riscontrabili in ambiti decisamente contenuti piuttosto che in quelli vasti, allora concentrarsi sulle forme cooperative che in essi possono sorgere, lasciando quelle competitive alle scale maggiori, può non solo allargare l’orizzonte disciplinare, ma anche fornire utili indicazioni pratiche sul “che fare”.

Ad esempio autori di destra come James Buchanan, con la sua teoria dei club, o di sinistra come Elinor Ostrom, con i suoi ‘commons’, possono darci importanti basi per costruire in primo luogo un efficace quadro “micro” e successivamente una sua articolazione ed integrazione a livelli più alti.

Non so se in questo modo arriveremo alla stessa semplicità ed eleganza di Debreu, ma almeno parleremo del mondo reale e potremo offrire ricette sensate e forse proficue.

Enrico Petazzoni

Caro Petazzoni,

certamente una ripartenza dal ‘micro’, con quello che Keynes chiamava un atteggiamento ‘utile e competente’, è oggi necessario per rifondare una scienza economica che è stata scossa da due grossi accadimenti: la Grande recessione, innescata da una colpevole negligenza delle interazioni fra finanza ed economia; e la marea populista, innescata da due altre colpevoli negligenze. Da un lato le conseguenze della globalizzazione: fenomeno positivo nel medio-lungo periodo, ma distorsivo nel breve, dato che richiede ristrutturazioni nei Paesi avanzati, che a loro volta abbisognano di un rafforzamanto delle reti di sicurezza sociale, negato dalle ristrettezze dei bilanci pubblici. Dall’altro, le conseguenze delle diseguaglianze, da correggere non tanto tagliando gli alti redditi quanto sostenendo quelli bassi (e torniamo alla ristrettezze di bilancio).

Per quel che riguarda quella che lei chiama la ‘realtà arcigna’ rappresentata da molti paradigmi della scienza economica, temo che sia parte di noi: l’homo homini lupus fa parte della storia e della cronaca. Ma è vero che una maggiore attenzione alle forme cooperative, al ‘nudge’ (‘tocco gentile’) per cambiare i comportamenti, al disegno delle istituzioni, sono tutte linee di ricerca che potrebbero portare risultati utili. Sperando ci sia tempo per farlo...

fgalimberti@yahoo.com

L’istituzione scuola naviga a vista: l’assenza di una visione sistemica è portatrice di confusione e di contraddizioni. Due esempi motivano la denuncia. Il paragrafo 7 della legge 107 (la Buona scuola) è un inequivocabile indizio di confusione concettuale; i processi formativi sono erroneamente indirizzati: i mezzi sono equiparati ai fini. I rapporti di autovalutazione, redatti annualmente dalle scuole, sono il secondo indizio. Le scuole esplicitano i caratteri della “progettazione formativa e della progettazione educativa, sostanza dell’autonomia delle istituzioni scolastiche,” redigendo il Piano triennale dell’offerta formativa.

L’efficacia delle attività progettuali discende dalla capitalizzazione degli scostamenti obiettivi programmati-risultati conseguiti (feed-back).

Le scuole devono considerare le prove Invalsi come elemento d’analisi della gestione scolastica. Le prove Invalsi, essendo nazionali, non sono idonee a misurare il livello di conseguimento degli obiettivi delle progettazioni locali.

Enrico Maranzana

Nuove regole con la Buona scuola per l’ammissione alla maturità. Dal 2018 non servirà più la sufficienza in tutte le materie e sarà preso in considerazione anche il voto in condotta. Mi sembra che questa decisione sulle sufficienze in tutte le materie vada nella scia che da tempo sta caratterizzando la scuola: sempre meno severità, sempre meno richieste ai ragazzi. Ma dove crediamo di andare? Crediamo di rendere la vita più facile ai nostri figli? Così, roviniamo e basta i ragazzi: fin dagli anni della scuola, con scelte come quella di ieri, diciamo loro che tanto basta dare poco, che tutti sono premiati, che c’è spazio sia per chi si impegna, sia per chi è un fannullone. Ma, lo sappiamo, la vita, è molto, molto, molto più severa. Rischiamo di tenere i ragazzi sotto una campana di vetro e poi, quando usciranno in quella giungla selvaggia che è la vita, saranno spaesati, incapaci di reagire, incapaci di prendere in mano la loro vita e aggredire i problemi.

Lettera firmata

La Juventus ha presentato il nuovo logo che la accompagnerà in futuro. È stato progettato per essere vicino a gente dell’Est del mondo, di tutti gli angoli del pianeta, soprattutto giovani. Il logo è bello, essenziale ma tradisce la storia: perché cancellare 110 anni di storia in nome del marketing?

Paolo De Albertis

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