globalizzazione

Più attenzioni per salvare le piccole città

di Paul Krugman

(Fotolia)

3' di lettura

Sono in vacanza, seguo distrattamente la quotidianità e trascorro molto tempo nella natura. Ne approfitto per ragionare su temi economici non strettamente connessi all’attualità. E una delle aree su cui rimugino mi riporta al mio vecchio campo d’elezione, la geografia economica.

Cerco di chiarirmi le idee dopo aver letto l’articolo di Emily Badger sul New York Times, che parla di come le megalopoli Usa sembrino avere sempre meno bisogno dei centri più piccoli. Qual è l’utilità delle piccole città nell’economia moderna?

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Un tempo, era ovvio quale funzione svolgessero le cittadine e i paesi: snodi al servizio di una popolazione rurale, impegnata in attività agricole, dispersa su un ampio territorio. Col tempo, però, il peso relativo dell’agricoltura sull’economia si è ridotto, e la popolazione rurale ha perso rilevanza come fattore determinante nella distribuzione dei centri urbani. Ciononostante, molte piccole città sono sopravvissute e cresciute trasformandosi in centri industriali, focalizzati su una concentrazione di industrie tenuta insieme da tre elementi: la presenza di fornitori specializzati, lo scambio di informazioni e la disponibilità di manodopera specializzata.

Quali erano i fattori che decidevano quale industria si sviluppava in una piccola città? In certi casi erano importanti le caratteristiche del luogo e la vicinanza di determinate risorse, ma spesso la faccenda all’inizio era più o meno casuale, poi veniva una sequenza in cui una certa industria creava condizioni favorevoli per l’affermazione di un’altra industria.

Prendiamo l’esempio di Rochester, nello Stato di New York. Cominciò come un centro per la macinazione del grano, grazie alla sua posizione sul canale Erie, poi diventò un centro di serre e semenzai. Era un centro di attività basate sulle risorse. Poi, nel 1853, John Jacob Bausch, un immigrato tedesco, fondò un'azienda che produceva monocoli, e in seguitò diventò un importante produttore di occhiali, microscopi e tutto ciò che aveva a che fare con le lenti.

Insomma, Rochester divenne un posto dove le persone avevano competenze in materia di ottica, e questo creò le condizioni per l’ascesa dell’Eastman Kodak, e più tardi della Xerox. Era uno schema tipico delle piccole città industriali: quello che faceva una città nel 1970, per esempio, era diverso da quello che faceva nel 1880, ma c’era una sorta di catena di economie esterne che creavano le condizioni necessarie per consentire alla città di trarre vantaggio da nuove e specifiche opportunità tecnologiche e di mercato.

Alcune industrie creavano un terreno fertile per nuove industrie destinate a sostituirle, altre, presumibilmente, diventavano dei vicoli ciechi. E mentre una città grande e diversificata può permettersi vicoli ciechi, una città più piccola no. Alcune pescavano la carta fortunata ripetutamente, e crescevano. Altre no: e quando una città è piccola e specializzata, in un lungo periodo ci sono buone probabilità che peschi la carta sbagliata così tante volte da finire per perdere ogni ragione di esistere.

Non voglio dire che non esistano fattori ricorrenti dietro il successo o il declino delle piccole città. In generale si possono concepire le sorti di un centro urbano come un processo casuale di vincite e perdite in cui le piccole città hanno probabilità alte di sperimentare il fenomeno noto come «rovina del giocatore».

Un tempo, le attività agricole erano disperse sul territorio: ciò garantiva la sopravvivenza delle piccole città che servivano un entroterra rurale. Da generazioni ormai le città più piccole possono contare solo sulla loro fortuna storica, che alla fine, però, tende a esaurirsi. È il caso di sottolineare che la globalizzazione e i suoi effetti non giocano un ruolo centrale in questa storia. Se la mia analisi è giusta, le condizioni che determinano il declino delle piccole città si stanno accumulando da tempo e avremmo assistito alla stessa storia anche senza la crescita del commercio mondiale.

Questa diagnosi ha implicazioni in termini di politica economica? Forse. Lasciare che le piccole città implodano comporta costi sociali: è sensato applicare politiche di sviluppo regionale per preservare la loro fattibilità economica. Ma è una gara in salita. Nell’economia moderna, che ha reciso i legami con l’agricoltura, una piccola città esiste solo in virtù di una contingenza storica che prima o poi perde rilevanza.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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