ALTA FORMAZIONE

Più autonomia per Università di eccellenza

di Maria Grazia Speranza


default onloading pic
(Fotogramma)

4' di lettura

Ho letto con molto interesse gli articoli del 6 agosto di Dario Braga “All’Università la cooptazione funziona meglio dei concorsi” e di Massimo Carlo Giannini “Bisogna favorire una maggiore mobilità”. Una boccata d’aria fresca in questa afosa estate. È vero che le attuali regole concorsuali sono inadeguate ai tempi e causa di molti problemi. E sono convinta anch’io che la cooptazione, con relative assunzioni di responsabilità di docenti e atenei e conseguenti ricadute in termini di risorse economiche e reputazione, sarebbe uno strumento adeguato. Cooptazione non significa arbitrio ma possibilità di identificare il percorso più adatto a scegliere i docenti migliori per l’ateneo. Questo è quanto avviene in quelle parti del mondo da cui emergono gli atenei ai primi posti dei ranking internazionali. È altrettanto vero che il livello della mobilità dei docenti si è notevolmente ridotto nel corso del tempo e che questo fenomeno non fa bene alle Università. Gli articoli affrontano peraltro solo un paio degli aspetti che non consentono all’Università italiana di competere con molte Università straniere, tantomeno con le migliori. Gli articoli toccano la questione del personale docente, quella che vive più da vicino ogni docente, ma, soprattutto per chi ha responsabilità gestionali, sono molti altri gli aspetti critici, numerosi i vincoli che ingessano strategie, tattiche, operazioni quotidiane. Con riflessi su tutti, docenti, personale tecnico-amministrativo, studenti, l’economia, la società.
Alzando lo sguardo al quadro complessivo del sistema universitario e alle sue dinamiche, siamo passati nel giro di qualche decennio da un sistema universitario controllato centralmente in modo totale e nei minimi dettagli – nemmeno il titolo di un insegnamento poteva essere cambiato senza l’approvazione del ministero – a un sistema con alcune forme di autonomia ma in cui il controllo centrale viene ancora esercitato in molteplici forme, identiche per tutti, in un panorama di atenei molto diversi fra di loro per capacità di attrazione di studenti, docenti e risorse, per dimensione, per localizzazione. E in competizione, in misura sempre maggiore, con gli atenei di tutto il mondo per attrarre i docenti e gli studenti migliori. Solo alcuni esempi di forme di controllo: vincoli su modalità di spesa, vincoli sulle modalità concorsuali, assunzioni solo a seguito di pensionamenti (dopo un blocco delle assunzioni durato anni che ha fra l’altro causato una fuga di giovani di valore), vincoli sulla percentuale di assunti dall'esterno, vincoli sul rapporto fra professori e ricercatori, sul numero minimo di docenti per corso di studi. E vincoli sulla contribuzione studentesca in proporzione al finanziamento ministeriale, per anni in contrazione con conseguente agganciata contrazione delle risorse provenienti dai contributi studenteschi. E vincoli persino sul numero minimo di docenti nei collegi di dottorato, sul numero minimo di borse di dottorato. In continuo aumento il carico di impegni burocratici, nel senso negativo del termine, le richieste di produzione di documentazione sulla trasparenza, sulla qualità, sulla performance, di assolvimento di compiti, di raggiungimento di valori di parametri, ogni anno diversi. Nell’illusione che imposizione di vincoli, non di principi, e controllo di documentazione e compiti svolti, non di risultati, possano garantire la qualità dell'Università italiana.
Già nella Conferenza Ocse dei ministri della Ricerca, tenutasi nell’ottobre del 1987, il richiamo alla necessità di garantire l’autonomia delle Università era stato molto forte e diffuso. Antonio Ruberti, ministro dell’Università e della ricerca scientifica e tecnologica dall’89 al ’92, aveva dato un grande impulso all’Università italiana attraverso l’introduzione del concetto di autonomia delle sedi. La sua visione peraltro non si è mai pienamente realizzata. È rimasta parzialmente incompiuta. Forse anche inevitabilmente, considerato quanto forte era il cambiamento implicato, a cui nessuno era preparato, né il ministero né il sistema universitario. Di Antonio Ruberti ricordo anche lo stimolo a considerare la necessità della ricerca come produzione del sapere, la concezione della ragione come strumento di dialogo. Concetti quanto mai attuali in un contesto lacerato e sbandato come quello storico e sociale odierno. Determinante il ruolo delle Università e quanto mai necessario che venga riconsegnato loro in toto l’originario obiettivo di rilevanza costituzionale, che è quello di occuparsi della crescita dei saperi. Le Università sono le istituzioni che meglio possono interpretare i bisogni dei giovani, orientare e riconvertire quel senso di insicurezza diffuso verso un impegno intellettuale capace di affrontare le criticità e i disagi odierni mettendo al centro i grandi valori della nostra storia e della cultura.
L’Università italiana rimane ricca di eccellenze, continua a produrre risultati scientifici secondo i migliori standard internazionali, continua a formare giovani ricercatori assunti dalle migliori Università del mondo. Non è troppo tardi ma è arrivato il momento di fare un altro salto in avanti, per il completamento del processo di autonomia, per mettere l’Università italiana in grado di competere nel mondo per la formazione e la ricerca di eccellenza, per la conoscenza e il progresso, non per il bene proprio ma per il bene del Paese.


Prorettrice vicaria dell’Università degli studi di Brescia
Presidente di Ifors (International federation of operational research societies)

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...