Societa

Più che la classe sociale vale la persona: così cambia la percezione dell’impiego

di Daniele Marini

(alex.pin - stock.adobe.com)

4' di lettura

Dopo la “classe”, la “persona”. Affievolite le appartenenze collettive, emerge la dimensione soggettiva. Così come nell’ambito del commercio si sottolinea la centralità del cliente, anche il lavoro è permeato da un fenomeno ormai largamente diffuso: la persona (dovrebbe stare, usiamo il condizionale) al centro. Ed è così che larga parte della popolazione lo vorrebbe. Si tratta di un rovesciamento di visione o, meglio, di arricchimento le cui radici affondano ancora alla fine degli anni 80, ma che oggi assume un peso sempre più determinante. Più spesso si guarda al lavoro sotto il profilo giuridico ed economico. Complice la pandemia, tutte le attenzioni sono volte a monitorare gli andamenti dell’occupazione, alle sue possibili proiezioni, a come salvaguardare i posti di lavoro. Meno spazio è dedicato a una riflessione attenta a come sono mutate le culture e le aspettative legate al lavoro. Il 1° maggio, appena passato e dedicato a celebrare le lotte per le conquiste dei diritti dei lavoratori, è un’occasione di riflessione per comprendere i cambiamenti sottesi in un aspetto fondamentale, non solo per il tempo che esso occupa nella vita delle persone, ma perché fonte di identità sociale e di riconoscimento.

Il lavoro è diventato un incrocio di mutamenti radicali e, nello stesso tempo, di contrasti. Sono cambiati il modo di lavorare, l’organizzazione delle imprese, i profili professionali, la stessa struttura sociale dei lavoratori. Le tradizionali classi omogenee come “operai” e “impiegati” si sono diluite in molti rivoli, a loro volta suddivisi al proprio interno, complicandone la rappresentazione. I processi di digitalizzazione stanno dispiegando i propri effetti: l’interazione uomo-macchina (che apprende) modificano le mansioni e le competenze necessarie in modo profondo. Al punto che per primo il contratto dei metalmeccanici ridefinisce i mansionari scritti nel 1973. Nuovi orizzonti si aprono per il lavoro o, meglio, per i lavori. Così l’ambito del lavoro diventa un laboratorio di sperimentazione interessante, ma nel contempo problematico. Perché apre il problema di una possibile bi-polarizzazione fra inclusione ed esclusione sociale, con evidenti conseguenze sui diritti di cittadinanza. La pandemia ha penalizzato le giovani generazioni, oltre alla componente femminile. Diversi giovani hanno percorsi di ingresso sul mercato del lavoro con continui stop and go, occupazioni sottopagate che bloccano progettualità di vita. Altri prima della pandemia avevano cercato maggiori fortune all’estero, ma appena si potrà tale flusso non si arresterà di certo. Le occasioni per loro sono diminuite rispetto ai genitori, e ciò alimenta un’ansia sociale diffusa: l’ascensore sociale si è bloccato, e ha preso una china discendente, soprattutto per quelli del ceto medio. La opportuna spinta, nei decenni trascorsi, a rendere il mercato del lavoro più flessibile non ha conosciuto un identico impegno riformatore sul versante delle politiche attive, che avrebbero funzionato da bilanciamento. E tutti i problemi derivanti dal mancato incontro fra domanda e offerta, piuttosto che di un’eventuale disoccupazione, ricadono su famiglie e singoli.

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Ciò nonostante, gli orientamenti verso il lavoro sono marcati da una dimensione prevalente: l’attenzione alla centralità della persona, segnalando una profonda trasformazione culturale. Il significato attribuito al lavoro dalla maggioranza degli italiani (Reputation Science per Open Fiber) ruota attorno a tre aspetti: realizzazione personale (68,9%), autonomia (65,5%) e percorso di crescita (65,2%). Dimensioni che restituiscono un’idea di lavoro fatto di gratificazione (non solo economica, importante ma non esclusiva), di tratti espressivi, dove le persone possono concretizzare le proprie aspirazioni, sperimentare responsabilità e autodeterminazione. Il lavoro è sempre più percepito come un percorso di crescita professionale, in grado di offrire una occupabilità futura alle persone. Si tratta di fattori diffusi, come dimostrano gli esiti, ma che vedono donne, giovani, chi svolge un lavoro autonomo e risiede nel Nord Est del Paese coloro che più di altri li sottolineano. All’opposto, un’immagine del lavoro come subordinazione (27,4%), rigidità (23,4%), immobilità (22,2%) o peso (18,4%) coinvolge una quota minoritaria, e in particolare fra chi fa un lavoro manuale. E tuttavia non è marginale, soprattutto fra i giovani. Segnale che il pericolo di una bi-polarizzazione crescente sul mercato del lavoro non è così distante dal manifestarsi: fra chi riesce a sperimentare una espressività sul lavoro, intravedendo una prospettiva futura, da un lato. E chi, dall’altro, rischia di rimanere confinato ai margini, marcando una visione negativa e strumentale della propria esperienza lavorativa.

Il riverbero di una simile realtà bi-polarizzata sul lavoro è riscontrabile anche sotto un altro profilo. Ipotizzando di poter scegliere, il 50,7% preferirebbe avere un’occupazione tutelata, anche senza possibilità di progressi lavorativi, piuttosto che avere una vita lavorativa con prospettive di crescita professionale e di stipendio, anche se il posto di lavoro fosse meno sicuro (49,3%). E, comprensibilmente, fra i primi ritroviamo proprio le generazioni più giovani, la componente femminile, chi porta in tasca un basso titolo di studio e vive nel Centro e, soprattutto, nel Mezzogiorno del Paese.

Nonostante trasformazioni e contraddizioni, la centralità assegnata alla persona è un fattore imprescindibile, che ha spostato il baricentro dalla “classe” al “soggetto”, logorando le tradizionali fondamenta solidaristiche. Tornare alle ideologie del passato è impossibile. Per uscire dalla bi-polarizzazione “inclusione/esclusione” è necessario definire nuove forme di promozione e tutela del lavoro che abbiano nella formazione il loro asset strategico, capaci di fondere la dimensione soggettiva (io) a un’appartenenza (noi) a comunità di professioni.

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