GIOVANNI BITETTO

Più che un’amicizia un ballo in maschera

di Stefano Biolchini

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3' di lettura

Riecheggia quasi le note di un ballo in maschera in cui il narratore senza nome danza da solo e, in tutti i ruoli, l’esordio di Giovanni Bitetto, Scavare. Un lungo monologo che è un’educazione sentimentale dalla dialettica fluida, dove l’io narrante, ondivago e poco credibile, si nasconde e confronta con il “tu” dell’inarrivabile amico, filosofo di successo e appena defunto, che è la razionale misura di ogni cosa a cui tendere. Rivolto al passato che li ha accomunati in un’amicizia dove l’odio e l’impossibile emulazione, nella affannosa ricerca del sé, sono una costante ferina, senza che neppure la realizzazione nella scrittura possa fornire al protagonista innominato l’appiglio per il raggiungimento di una qualsivoglia compiutezza, con pagine che si susseguono come specchio delle streghe e alteratrici di fattezze. Sono d’altronde troppe e irriducibili a qualsiasi forma le frantumazioni dell’io che né il comune vissuto in famiglie distopiche “fratelli nella sofferenza”, o la uguale provenienza dalla piccola borghesia del sud, possono condurre ad unità. E questo nonostante la dichiarazione di poetica di pag 139: «Non cercavo di immedesimarmi in chi avrebbe letto, mi impegnavo ossessivamente nel guardare me stesso».

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È un cortocircuito questo che si alimenta di odio rancido e di continue sfide, fino all’assurgere a cifra prima di interpretazione, nel tentativo che si rivelerà sempre vano di ricomposizione del camaleontico puzzle di una personalità ossessiva e lacerata. Al narratore non è dato come al filosofo di potersi avvolgere nella «tassonomia razionalistica» che «ti accoglieva come una coperta, il rifugio ideale per sfuggire alla banalità del nichilismo di provincia». Un narratore dai tratti masochistici dunque, vittima di un gioco di dominio che neppure il successo di scrittura può sciogliere: «Scrissi un romanzo, il tentativo di dimostrarti che, al di là delle geometrie della filosofia, esistevano altre architetture, sbilenche, contraddittorie, eppure altrettanto nobili». Una costruzione che però nel gioco perverso - e quasi drammaticamente inconfutabile dell’industria editoriale nostrana - si fa per il novello scrittore solo agile posa, buona per festival letterari e autopromozioni con imprescindibile contorno di premi «per scimmie bercianti degli studi umanistici». «Lo sai, sei uno scrittore decadente...Mi sono uniformato, gli altri ci hanno creduto». Un cedimento quest’ultimo, nonostante il richiamo alla realtà autoriale nel confronto con il filosofo sia di cristallina trasparenza e senza appello: «ti sembrava un polpettone piccolo-borghese».

Ed è nella critica e nell’autocritica che Bitetto si esprime al massimo delle sue doti, (cosa che già prima di questo esordio me lo ha fatto apprezzare), e direi perfino ben oltre il confronto serrato e convincente fra filosofia e letteratura, che è poi l’oggetto di questo libro. Perché il meglio di Scavare lo si ritrova più che nell’inesauribile sete di autoaffermazione del protagonista nella capacità del narratore-autore di mettere a fuoco attraverso un monologo - dallo stile che Bitetto stesso definisce «decadente» - la insensatezza pur prolifera e autocompiaciuta di essere in fondo parte di un grande e vano gioco. Ed è questo il pregio, ma anche il limite, di questo buon esordio, che però nel tentativo intellettualistico di perseguire «geometrie morali» non vuole, o forse non sa, abbandonarsi a quelle che lui stesso enuclea come «dinamiche dell’eros»», che più che viziare «gli esami di coscienza» quasi rendono impossibile l’incantamento di un lettore, che messo alla prova del romanzo, si fa convincere più dall’analisi del critico che dalla parola romanzesca, resa performante e gelida dal fantasma di un Thomas Bernhard di cui Bitetto dimostra - da saggista sopraffino - di saper dominare le architetture e gli stilemi più che gli assoluti romanzeschi.

Scavare
Giovanni Bitetto
Italo Svevo, Trieste-Roma,
pagg. 213, € 16

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