Mind The Economy

Più collaborazione sociale per evitare la fuga dei giovani dall’Italia

Quali riforme, quali cambiamenti profondi, di cultura e di costumi, dovremmo favorire per invertire questo flusso, per rendere le nostre comunità, sociali, politiche, economiche e culturali, più attraenti e accoglienti anche per loro?

di Vittorio Pelligra


La fuga dei giovani costa 16 mld, il 9% del Pil dagli stranieri

8' di lettura

Nell’ultima classifica, stilata da Transparency International, l’Italia occupa il cinquantatreesimo posto, a livello mondiale, tra i Paesi più corrotti. Siamo poco sopra l'Oman e l'Arabia Saudita e poco sotto il Rwanda e la Namibia. La situazione è leggermente migliorata rispetto agli anni scorsi - nel 2012 stavamo al settantaseiesimo posto - ma continuiamo ad essere ancora ben distanti dalle prime posizioni occupate da Paesi come la Danimarca, la Nuova Zelanda e Singapore.

Certo, si tratta di percezioni, ma di quelle percezioni che impattano fortemente sulla realtà, prima di tutto sulla fiducia che gli italiani ripongono nelle loro istituzioni. Secondo gli ultimi dati Eurispes, per esempio, solo un cittadino su tre dice di aver fiducia nel parlamento e meno del cinquanta percento manifesta fiducia nella magistratura. Le scienze del comportamento ci dicono che gli esseri umani agiscono spesso come “cooperatori condizionali”, il che vuol dire che siamo più disposti a cooperare se pensiamo che gli altri faranno lo stesso, mentre, simmetricamente, l'opportunismo e il conflitto sono alimentati da aspettative di sfiducia.

In questo modo una visione positiva della società in cui si vive facilita la cooperazione e il coordinamento sociale, mentre prospettive negative alimentano comportamenti antisociali e conflitto. Lo studio delle dinamiche sociali che ostacolano o favoriscono l'azione collettiva collaborativa diventa, quindi, la frontiera da esplorare se vogliamo metterci nelle condizioni di poter progettare ed implementare istituzioni capaci di generare benessere. Negli ultimi decenni, nell'ambito di un filone di ricerca interdisciplinare che ha visto impegnati antropologi, psicologi ed economisti a livello internazionale, ci si è concentrati, in particolare, sul funzionamento delle istituzioni informali capaci di determinare elevati livelli di adesione e supporto alle norme sociali. Da questi studi è emerso il ruolo fondamentale, in questo senso, della propensione umana alla cosiddetta “punizione altruistica”: comportamenti attraverso i quali ogni membro della comunità si sente spinto a punire, in maniera costosa, chi, all’interno della stessa comunità, viola le norme socialmente condivise.

Qualcuno che butta una carta per terra, che vi supera per evitare di fare la fila, chi chiacchiera a voce alta al cinema o parcheggia abusivamente negli stalli riservati ai disabili, chi “dimentica” di emettere lo scontrino, o maltratta un anziano o un bambino. Sono tutti comportamenti che, generalmente, vengono stigmatizzati dagli altri cittadini, prima ancora che da un'autorità preposta: un sopracciglio che si inarca, una parola di biasimo, un rumoroso colpo di tosse o anche un intervento fisico più che esplicito, sono tutte forme di punizione tra pari, informale e decentralizzata.

Nella storia e nello spazio queste sanzioni hanno assunto le forme più diverse: dal biasimo fino all'ostracismo, dalla presa in giro fino ai maltrattamenti fisici e psicologici. Si tratta di un residuo evolutivo giunto fino a noi, che nasce e si diffonde per consentire ai primi gruppi umani di rafforzare in maniera informale il funzionamento di quelle regole formali che rendono stabile e mutuamente vantaggiosa la vita in comune.

La tendenza alla punizione altruistica non è priva, però, di qualche controindicazione. Innanzitutto, benché quasi universalmente diffuso, questo meccanismo può produrre risultati differenti a seconda dell'ambito culturale che si considera. Si è visto, per esempio, che, mentre nei Paesi di matrice anglosassone i bersagli delle sanzioni informali sono generalmente coloro che non fanno tutta la loro parte nella produzione di beni pubblici o che non rispettano le norme, in altri Paesi, soprattutto quelli mediterranei ed arabi, spesso, ad essere puniti sono coloro che contribuiscono più degli altri e che sono particolarmente zelanti nel rispetto delle norme. Cioè, in questi Paesi, la possibilità della punizione decentralizzata può sfociare in una forma di “punizione antisociale”. Negli ambiti nei quali ad essere puniti sono coloro che cooperano, la cooperazione verrà scoraggiata e ne consegue che, in questi contesti, il ruolo della punizione tra pari dovrebbe essere limitato e circoscritto, anziché potenziato.

Un secondo problema è legato alla legittimità della sanzione. Se si riconosce nell'altro, nel cittadino come me, colui che legittimamente può biasimare e sanzionare il mio comportamento incivile, allora la sanzione produrrà il suo effetto deterrente e faciliterà la cooperazione. Ma se io, invece, vedo nell'altro un estraneo, uno al quale non riconosco nessun diritto di sindacare sulla mia condotta, allora una sua eventuale punizione verrà percepita come illegittima e porterà, con grande probabilità, ad una contro-punizione. Qualche anno fa finì sulle pagine dei giornali il caso di un manager di una importante società pubblica che aveva parcheggiato la sua Jaguar in uno spazio riservato ai disabili. L'auto venne rimossa dietro richiesta di una persona che aveva pieno diritto di parcheggiare la sua auto in quello spazio. Ma quando il proprietario della Jaguar trovò, al posto della sua auto, quella del disabile, invece di ammettere lo sbaglio e pagare la multa di buon grado, decise di contro-punire chi, secondo lui, illegittimamente l’aveva messo nelle condizioni di essere punito, squarciandogli le quattro gomme dell'auto. Quando non si riconosce dignità e legittimazione agli altri cittadini, il rischio di una contro-punizione può scoraggiare la disponibilità alla punizione e quindi ridurre il livello di cooperazione sociale.

È interessante notare come i dati ci dicano che la diffusione, nelle diverse nazioni, di queste patologie della cooperazione - la contro-punizione e la punizione antisociale – risulti essere significativamente correlata con un indice di democraticità dei regimi che governano quelle stesse nazioni.

Non si tratta di un nesso causale, quindi non possiamo spingerci ad affermare che il comportamento individuale plasmi il regimo politico o viceversa, ma certamente un legame tra le due dimensioni esiste e l'incapacità di cooperare tra pari è legata all'esistenza di regimi autoritari. Anche alla luce di questo ultimo dato, si capisce, quindi, quanto possa essere importante comprendere come superare i limiti del sanzionamento decentralizzato tra pari per sviluppare istituzioni più efficaci nel promuovere la cooperazione e la coesione sociale.

In un recente studio Ernst Fehr and Tony Williams suggeriscono alcune vie per curare le patologie della punizione altruistica e i suoi effetti indesiderati, preservando però, allo stesso tempo, le conseguenze positive e desiderabili (Social Norms, Endogenous Sorting and the Culture of Cooperation. WP - University of Zurich Department of Economics. 2018).

Attraverso un complesso esperimento, i due economisti, testano in laboratorio il comportamento 256 soggetti volontari che vengono incentivati nelle loro scelte attraverso ricompense monetarie. Le scelte che i partecipanti devono compiere riguardano un investimento nella produzione di un bene pubblico: se tutti investono il massimo tutti stanno meglio, ma se qualcuno sa che gli altri investiranno, allora questi starà ancora meglio se non investe niente e fa il “free-rider”. Visto che anche gli altri sono a conoscenza di questa possibilità, allora diventerà razionale non investire e il bene pubblico non verrà prodotto. La cooperazione, nella vita reale, assume spesso questa forma: investire o non investire, dunque?

Fehr e Williams studiano alcune varianti di questo “gioco”: la prima è simile a quella appena descritta (no punishment - NP); nella seconda si introduce la punizione tra i pari (peer punishment - PP). Dopo aver osservato il livello di contribuzione degli altri giocatori, si può decidere se spendere parte di quanto guadagnato per ridurre il beneficio di chi, secondo noi, ha contribuito troppo poco. Nel terzo caso (coordinated peer punishment - CPP) si prevede la possibilità di stabilire collettivamente qual è la soglia di contribuzione ritenuta giusta. Si fa una votazione e ci si accorda sul valore equo di investimento. Dopodiché, ogni partecipante sceglie cosa fare e, se e quanto punire. Il quarto caso (coordinated central punishment CCP) è simile al terzo, a prevede la possibilità di eleggere un “giudice unico” al quale conferire, dopo aver stabilito il limite di investimento equo, l'autorità per punire i partecipanti per conto di tutti gli altri.

All'inizio dell'esperimento, tutti i partecipanti sono divisi uniformemente tra le quattro condizioni possibili, ma durante lo svolgimento del gioco, che viene ripetuto più volte, i partecipanti possono scegliere, dopo aver constatato i risultati ottenuti, di migrare da un gruppo all'altro.

I dati che emergono sono illuminanti. La prima questione interessante è che bastano pochi round di gioco, perché la quasi totalità dei partecipanti scelga di migrare verso i due gruppi che prevedono la scelta condivisa della norma da adottare. La possibilità di dire la propria nella scelta della norma di comportamento da adottare, esercita un ruolo molto forte sulle preferenze dei giocatori. La scelta di questi due regimi, sia con giudice centrale (CCP) che senza (CPP), si rivela ottimale; infatti, in questi due gruppi, si raggiunge molto velocemente un livello di investimento e, quindi, di produzione del bene pubblico, efficiente.

In assenza del meccanismo di coordinamento verso la norma comune, l'investimento equo, il gruppo che ottiene più consensi, inizialmente, è quello che non prevede la possibilità di punire (NP), mentre, poi, la gran parte di questi soggetti migreranno verso il regime con norma condivisa e giudice unico. Quello che Fehr e Williams osservano in laboratorio è la nascita e l'evoluzione di una vera e propria “cultura della cooperazione”. Quando si permette ai partecipanti di migrare liberamente da un gruppo ad un altro, immediatamente, i soggetti più altruisti e pro-sociali si aggregano insieme nei due gruppi nei quali si può scegliere collettivamente il livello di investimento giusto. Si crea molto velocemente ed in maniera spontanea il consenso intorno alla norma da rispettare e questa viene effettivamente rispettata, rendendo, in questo modo, superflua la necessità della punizione. In entrambi questi gruppi, poi, iniziano ad arrivare quei partecipanti che originariamente avevano scelto altre istituzioni; questi vengono immediatamente indotti al rispetto delle norme condivise e, quindi, ad alti livelli di cooperazione. Nel gruppo con punizione centralizzata, poi, ad essere nominati “giudice unico” sono sempre soggetti che dimostrano, fin dall'inizio, un elevato livello di contribuzione al bene pubblico, i soggetti, cioè, più socialmente orientati e virtuosi.

Questi risultati, benché si debba sempre generalizzarne con cautela l'interpretazione, offrono, però, alcuni spunti di riflessione interessanti sulla natura delle nostre istituzioni e dell'effetto che queste esercitano sulle nostre scelte e sui nostri comportamenti.

I due meccanismi che questo studio analizza riguardano il processo di costruzione del consenso coordinato, che rafforza il senso di legittimità delle norme e quindi anche la disponibilità alla punizione di coloro che le vìolano. Come non pensare, a questo riguardo, al tema dell'imposizione fiscale, per esempio. Al perché un certo regime fiscale riscuote, o non riscuote, consenso e delle ragioni che stanno alla base del gradimento o dell'opposizione che si genera. Combattere l'evasione fiscale senza una seria riflessione sul modo in cui è possibile costruire dal basso la legittimazione di un certo regime redistributivo rischia di essere un'impresa destinata all'irrilevanza. E a tal proposito, entrano in gioco fattori come la qualità dei servizi pubblici, la trasparenza della pubblica amministrazione, la competenza e le capacità dei decisori pubblici, solo per indicare alcuni.

Un altro tema rilevante, che lo studio in questione evoca, è quello della corruzione. Perché non eleggere un “giudice unico” che invece di punire i disonesti, i free-riders, non punisca piuttosto gli onesti? Un giudice corrotto dedito alla punizione antisociale? Nel “piccolo mondo” costruito in laboratorio, si è attivato un antidoto a questa eventualità: i cooperatori possono “votare coi piedi”. Possono decidere, cioè, di cambiare gruppo eliminando al giudice corrotto la materia prima su cui operare. Perché non proviamo a chiederci se, per caso, le decine di migliaia di giovani istruiti e intraprendenti che ogni anno scelgono di lasciare l’Italia, causando un enorme danno sociale ed economico, non stiano forse facendo lo stesso? Magari anche solo tacitamente, stanno votando coi piedi, contro una società che ama la giovinezza ma che, allo stesso tempo, disprezza i giovani? Quali riforme, quali cambiamenti profondi, di cultura e di costumi, dovremmo favorire per invertire questo flusso, per rendere le nostre comunità, sociali, politiche, economiche e culturali, più attraenti e accoglienti anche per loro? Lo stesso discorso potrebbe estendersi agevolmente al tema della denatalità, come a quello delle migrazioni, della parità di genere o dei diritti delle minoranze.

In conclusione, occorrerebbe uno sguardo lungo sul futuro, una visione illuminata e ambiziosa e, allo stesso tempo, l’umiltà di costruire un consenso condiviso partendo dal basso, se vogliamo fare in modo che, sotto la spinta della competizione interna ed esterna, il nostro Paese non diventi sempre più un luogo svuotato e inospitale, troppo simile a quel gruppo, nell'esperimento, che alla fine si trova popolato solo da pochi miopi egoisti.

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