Opinioni

Più competitività per aiutare la crescita basata sull’export

di Carlo Cottarelli e Alessandro Caiumi


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3' di lettura

L’Italia ha al momento un non trascurabile surplus nelle partite correnti della bilancia dei pagamenti: le esportazioni eccedono le importazioni del 2,5% del Pil (circa 43 miliardi nel 2018). La situazione sembra quindi ben diversa da quella di una decina di anni fa quando eravamo in deficit. Tuttavia, come discutiamo in una nota pubblicata sul sito dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani, la solidità della nostra posizione esterna resta dubbia.

L’ANDAMENTO

L’ANDAMENTO

Il passaggio dal deficit di 1,4% del Pil nel 2007 al surplus di 2,5% del Pil nel 2018 è infatti in gran parte dovuto alla mancata crescita, anzi alla riduzione, del nostro reddito pro capite. Tra 2007 e 2018 il reddito reale pro capite degli italiani è sceso del 6,9 per cento. Se oggi avessimo lo stesso Pil pro capite del 2007, mantenendo costante l’attuale propensione all’importazione, il valore delle importazioni sarebbe più alto del 7,4 per cento. Lasciando invariato il valore delle esportazioni, che dipendono dalla domanda estera, le partite correnti nel 2018 sarebbero in deficit dello 0,1% del Pil. Se si ipotizzasse di recuperare almeno parte della crescita del reddito pro capite che avrebbe potuto realizzarsi dal 2007, il deficit sarebbe ancora più elevato. Tra 1999 e 2007 la crescita del Pil pro capite è stata dell’1,1% l’anno. Se il nostro reddito fosse cresciuto anche solo alla metà della velocità registrata nel periodo 1999-2007, nel 2018 il nostro reddito sarebbe stato del 13,5% più alto, così come le nostre importazioni, e il nostro deficit di partite correnti sarebbe stato dell’1,9% del Pil.

L’esistenza di un potenziale squilibrio è anche più evidente se si tiene conto del fatto che un pareggio nei conti con l’estero non sembra sufficiente per l’Italia. Quale dovrebbe essere la posizione sull’estero dell’Italia? Paesi che tendono a invecchiare più rapidamente degli altri dovrebbero mantenere un più consistente avanzo esterno, accumulando ricchezza sull’estero da consumare nei decenni successivi. Tecniche standard per calcolare la posizione esterna ottimale di un Paese tengono conto di vari fattori strutturali, tra cui le tendenze demografiche. L’Fmi, ad esempio, stima che il saldo appropriato per l’Italia è intorno al 2,5% del Pil. Saremmo quindi in equilibrio, se non fosse per il fatto che le nostre importazioni sono compresse da un basso livello di reddito pro capite. Un recupero del reddito pro capite trainato dalla domanda interna, piuttosto che dalle esportazioni, allontanerebbe quindi l’Italia da una posizione di equilibrio.

Ciò suggerisce che la posizione competitiva dell’Italia non è ancora ottimale: dovremmo esportare di più. Molte nostre imprese manifatturiere sono riuscite a innovare mantenendo un buon posizionamento competitivo nel contesto internazionale, il che ha consentito all’Italia di mantenere una quota di export mondiale del 2,8% negli ultimi anni. Ma le quote perse tra 1999 e 2007, anche rispetto agli altri Paesi avanzati (in particolare alla Germania), non sono state più recuperate.

La necessità di migliorare la nostra competitività emerge anche da indicatori standard di competitività come il tasso di cambio effettivo reale (Reer) rispetto al resto del mondo. Il Reer, se calcolato sulla base dell’inflazione relativa tra diversi Paesi, è solo del 3,9% superiore a quello del 2000. Il Reer misurato sulla base del costo del lavoro per unità di prodotto per l’intera economia mostra però un forte apprezzamento. Il diverso movimento dei due indici rivela una perdita di competitività di costo (si veda il grafico in pagina) che, per un Paese che in parte dei suoi mercati è price taker, non si è riversata sui prezzi, ma ha causato un’erosione dei margini di profitto, con una conseguente riduzione degli investimenti nel settore delle esportazioni.

    Recuperare competitività senza tagliare i salari in termini di potere d’acquisto richiede riforme che portino a un calo dei costi non da lavoro delle imprese, tramite un taglio drastico dei costi della burocrazia, e ad aumenti di produttività, attraverso investimenti privati e pubblici. Quest’ultima possibilità richiede però di rimuovere ostacoli esistenti come l’elevata tassazione, ancora il peso della burocrazia e la lentezza della giustizia civile.

    Un recupero di competitività con queste riforme aiuterebbe una crescita basata sulla domanda esterna e sul recupero di quote di mercato da parte dell’Italia. Viceversa, un’accelerazione della crescita trainata prevalentemente dalla domanda interna comporterebbe un indebolimento dei nostri conti con l’estero e la loro potenziale ricaduta in deficit, cosa che contribuì alla crisi di fiducia del 2011-12.

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