Opinioni

Più contaminazioni per affrontare i temi della contemporaneità

di Dario Braga

3' di lettura

Prendo spunto dalla polemica scaturita dalle parole del ministro Cingolani «a noi serve più cultura tecnica, a partire dalle scuole…». Lo faccio non per entrare nella disputa su quante volte si debbano studiare le guerre puniche o se sia preferibile una formazione tecnica e scientifica, quanto per collegarlo un tema solo apparentemente lontano (“governo dei politici o governo degli scienziati?”) che tiene banco da quando è iniziata la pandemia.

Si tratta di una domanda retorica dato che la responsabilità formale e sostanziale di governo è sempre in capo alla politica. La scienza può solo svolgere un ruolo consultivo. Resta il fatto che il tema è sollevato quando si vogliono sostenere, più o meno esplicitamente, posizioni negazioniste e/o criticare decisioni ritenute “liberticide” da parte dei decisori politici.

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Questa domanda, quando posta in buona fede, dimostra la difficoltà che hanno politica, segmenti dell’accademia, e gran parte dei media, a mettere in contesto la scienza. Dimostra la difficoltà nel comprendere come l’apparente mancanza di certezze, la variabilità delle ipotesi, le diverse interpretazioni dei dati, non siano segni di inadeguatezza, ma parte indispensabile dei processi di formazione delle teorie e dei modelli sui quali si elaborano le raccomandazioni scientifiche che la politica ha il compito di tradurre in atti di indirizzo.

Questa difficoltà deriva non dal fatto che si studi troppa Storia – cosa che non credo sia vera – ma dal fatto che si smetta troppo presto di studiare Scienza. Senza voler alimentare polemiche, non si può negare che un giovane che imbocca un percorso formativo universitario nelle scienze sociali e umane abbandoni del tutto qualsiasi collegamento con le scienze esatte e le scienze naturali. Spesso questo distacco avviene già alle superiori, con il risultato che il rapporto con la cultura scientifica si arresta, per molti, all’uscita dall’adolescenza e non si riapre più.

Si dirà che questo avviene, a parti invertite, anche nelle scienze e tecnologie. È vero. Ma mentre il mondo “fuori dalle aule” offre costanti opportunità per alimentare la cultura umanistica, è difficile comprendere il linguaggio (e i limiti) della scienza senza aver mai osservato qualcosa al microscopio, o eseguito una misura sperimentale.

Siamo davanti a una palese contraddizione: da un lato la crescita esponenziale delle conoscenze comporta iper-specializzazione e dall’altro, la globalizzazione dei problemi richiede conoscenze trasversali e capacità di comunicazione al di là delle barriere disciplinari. Per evitare lo sviluppo di linguaggi separati che impediscono la comunicazione, bisogna contaminare. Pensando ai percorsi universitari si potrebbe/dovrebbe, a mio avviso, agire su due leve.

1 Insegnamenti scientifici e laboratoriali nei corsi di studio delle scienze sociali e umane e insegnamenti storico-filosofici e/o socio-economici nei corsi di studio scientifici (come parte curriculare, non come “libera scelta”). La formazione principale sarà quella di elezione, ma la contaminazione aiuterà a compensare la iper-specializzazione, mantenendo vivo un linguaggio comune, transdisciplinare.

2 Consentire che studenti provenienti da percorsi di elezione diversa studino e lavorino insieme su progetti comuni, per esempio con progetti di tesi multidisciplinari (non interdisciplinari) a livello di studi magistrali o dottorali. La necessità di supervisione mista da parte di docenti di aree diverse sarà un ulteriore forte contributo al superamento delle barriere disciplinari tra docenti.

Sembra facile, ma non lo è. L’organizzazione della formazione universitaria è estremamente “disciplinare”. Si pensi alla classificazione dei saperi accademici in 370 settori, alcuni dei quali microscopici. Una suddivisione che è una barriera allo sviluppo di competenze trasversali. Viste dall’alto, le nostre università hanno l’aspetto di arcipelaghi di isolette (i dipartimenti) separate da tratti di mare spesso agitati.

La strada però è questa. Costruire ponti e contaminare le diverse aree. Incentivare la collaborazione dei giovani su progetti trasversali che vedano la concorrenza di esperienze anche molto diverse tra loro, nella esplorazione di nuovi territori di confine. Ecco come affrontare clima, salute, migrazioni e gli altri i problemi globali della contemporaneità.

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