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Più costi che interessi: i conti correnti sono già in rosso. L’alternativa dei conti deposito

L’annuncio di UniCredit (di applicare tassi negativi sulla liquidità in conto corrente superiore ai 100mila euro) segna un confine psicologico importante nel rapporto tra banca e cliente. Intanto i parcheggi a media scadenza offrono ritorni netti vicini all'1%

di Vito Lops


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2' di lettura

L’annuncio di Unicredit (di applicare tassi negativi sulla liquidità in conto corrente superiore ai 100mila euro a partire dal 2020) segna sicuramente un confine psicologico importante nel rapporto tra banca e cliente. Tuttavia, analizzando le offerte odierne di conti correnti va comunque detto che tra canoni (stabiliti dalla banca) e bolli (incassati dallo Stato) i conti correnti a “impatto zero” si possono contare sulle dita di una mano.

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Conteggiando i costi di gestione (canone mensile, carte di pagamento, ecc,) e gli aspetti fiscali, e considerando che da tempo i conti correnti non remunerano più la liquidità parcheggiata, la gran parte dei conti correnti esprime oggi “tassi effettivi negativi”. Vale a dire che a fronte di un’operatività media i costi netti superano gli interessi netti.

Anche perché questi ultimi sono, come detto, praticamente assenti (salvo sporadiche e temporanee promozioni). Anche laddove gli istituti abbiano un canone azzerato bisogna poi considerare l’imposta di bollo di 34,2 euro annui che scatta quando la giacenza media è superiore ai 5.000 euro.

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Diverso il panorama dei conti di deposito che oggi nel bouquet delle offerte in Italia continuano ad essere tra i più competitivi in Europa, anche perché molte banche utilizzano questo strumento come forma alternativa all’emissione di bond per raccogliere liquidità. Stando alle ultime rilevazioni dell’Osservatorio ConfrontaConti.it, i conti deposito pagano in media un tasso netto positivo vicino all’1%. Un livello superiore sia ai BoT (che viaggiano sottozero così come i BTp fino a 3 anni) che all’inflazione (0,4%). Il tutto pur considerando il peso della doppia fiscalità. Sulla liquidità depositata viene applicato un bollo annuo dello 0,2%. A questo bisogna aggiungere la ritenuta fiscale del 26% sugli interessi attivi maturati.

Va però detto che i conti di deposito che oggi garantiscono i tassi più competitivi non consentono di svincolare il capitale in anticipo. Il beneficio della svincolabilità (pur a fronte della perdita o riduzione del tasso di interesse sino ad allora applicato) riduce il rendimento.

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Inoltre non bisogna dimenticare di analizzare - prima di scegliere un conto di deposito - il livello di rischiosità della banca. Questo si misura principalmente con due parametri: il core tier 1, il più importante indicatore patrimoniale (composto dal capitale azionario e riserve di bilancio provenienti da utili non distribuiti al netto delle imposte). E il rating, ovvero il giudizio di solvibilità dell’istituto attribuito da apposite agenzie (le più importanti sono Standard and Poor’s, Fitch e Moody’s).

Bisogna infine verificare se l’istituto (come la grandissima maggioranza) aderisce al fondo interbancario per la tutela dei depositi. Questo fondo garantisce il rimborso della liquidità, in caso di insolvenza della banca, fino a 100mila euro per intestatario. Se il conto di deposito è cointestato la protezione raddoppia a 200mila.

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