L’AGGREGAZIONE

Più digitale e private banking per il rilancio della Banca del Fucino

Atteso l’ok della Bce all’acquisizione da parte di Igea banca dell’istituto controllato dalla famiglia Torlonia. Il piano industriale 2019-2022 prevede rafforzamento su Lazio e Abruzzo e più servizi alle Pmi

di Carlo Marroni


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4' di lettura

La sede è nel centro di Roma, ma porta il nome di una vasta zona della Marsica, un tempo sede del terzo lago d’Italia. Lago che fu prosciugato da Alessandro Torlonia, in un’imponente opera di bonifica dell’800 che incrementò notevolmente il valore fondiario della già ricca famiglia di mercanti di stoffe. Insomma, i Torlonia erano riusciti laddove aveva fatto fiasco pure Giulio Cesare, che si era messo in testa di svuotare il lago per dar terre all’affamata capitale dell’impero. Da lì prende il nome la Banca del Fucino, fondata nel 1923, e che sta passando di mano definitivamente dalla famiglia ad una banca, Igea, che ci mette 200 milioni e un piano di rilancio massiccio, voluto da Banca d’Italia e Bce. Una vicenda finanziaria di questa complicata stagione bancaria italiana, che però si è intrecciata con un’intrigata dinasty familiare che ha contrapposto uno degli eredi del principe Alessandro – non quello della bonifica, un discendente – scomparso un anno e mezzo fa e che ha aperto una complicata successione dell’immenso patrimonio, di cui il pacchetto di controllo della banca era ed è parte. Ora la partita è in via di perfezionamento: a breve è atteso il via libera della Bce, e da quel momento sarà operativa l’aggregazione e fusione “inversa” tra Banca del Fucino - 30 filiali tra Lazio e Abruzzo che vedranno una parziale razionalizzazione, uno storico rapporto di fiducia con le finanze vaticane ora relegato al passato - e l’acquirente, Igea Banca, istituto con base in Sicilia - il trasferimento in Sicilia da Roma è avvenuto a seguito dell’acquisizione delle attività della Popolare dell’Etna, in commissariamento - e con un azionariato molto solido e liquido. Presidente di Igea Banca è Mauro Masi, che ricopre anche la carica di presidente della Consap (società che fa capo al Mef), già direttore generale della Rai e in precedenza, anni '90, alto funzionario di Bankitalia. Masi sarà il presidente del nuovo soggetto bancario: il marchio Fucino sarà preservato mentre è in corso uno studio per un nuovo nome per Igea.

Fin dal 2017 la Banca d’Italia aveva rilevato le difficoltà dell’istituto, sia sul fronte del capitale che su quello delle sofferenze, e aveva sollecitato la ricerca di un partner. Dopo la chiusura delle trattative con Barents Re, un gruppo di riassicurazione anglo-panamense, a fine 2018 è stata siglato l’accordo con Igea Banca, con uno schema di aggregazione che prevede la creazione di una nuovo gruppo bancario specializzato nel digitale e nel private banking. L’operazione disegnata lo scorso anno e perfezionata durante il primo semestre 2019 prevede una ricapitalizzazione di 200 milioni “cash, al termine della quale la famiglia Torlonia, che aveva il controllo della banca attraverso una cassaforte (il cui controllo è stato oggetto del contendere nella famiglia) dovrebbe risultare azionista di minoranza attorno al 15% in forza di uno warrant (inizialmente era stato ipotizzato un intervento del Fondo interbancario sull’inoptato, ma probabilmente non servirà). Inoltre è previsto un deconsolidamento dell’intero portafoglio dei crediti deteriorati per un importo superiore ai 300 milioni da realizzare con la collaborazione della Sga, la società del Tesoro attiva nel recupero degli Npl. L’aumento di capitale da 200 milioni è a sostegno di un piano industriale 2019-2022 che prevede un consolidamento nei due territori di riferimento, Lazio e Abruzzo, non solo sul private banking ma anche nel segmento delle piccole medie e imprese. Chi saranno i soci coinvolti? Il maggior azionista, con poco meno del 30%, sarà Giorgio Girondi, a capo del gruppo Ufi Filters, già tra i piccoli soci di Igea Banca - alla cui guida operativa c’è Francesco Maiolini, già a capo di Banca Nuova - che dovrebbe immettere 25 milioni. Poi in campo ci sono le Fondazioni Banca del Monte di Lombardia e Pescara-Abruzzo, la cassa dei periti agrari di Enpaia, e altri soci del patto Igea, come Ecomap (ente di previdenza delle tabaccherie), Bricofer, Farmitalia e la mutua sanitaria Mba.

Il percorso che porta verso il perfezionamento dell’operazione ha visto anche il dissequestro - deciso ad aprile dal Tribunale di Roma - dei beni dell’eredità Torlonia, che ha interrotto il sequestro scattato a novembre dopo la denuncia di Carlo Torlonia, il primogenito di Alessandro. La decisione riguarda la monumentale collezione di famiglia valutata oltre due miliardi di euro e contrappone appunto Carlo ai fratelli Paola – madre di Alexander Poma Murialdo, presidente della Fucino e futuro membro del board post-fusione - Francesca e Giulio Torlonia. Nella denuncia Carlo sosteneva il possibile «depauperamento del patrimonio» finalizzato dalla ricapitalizzazione della banca, tesi respinta dai fratelli, che hanno sostenuto che le oltre 620 opere d’arte della collezione Torlonia sono tutte notificate e vincolate, e quindi non esportabili. Inizialmente il sequestro cautelativo aveva riguardato Palazzo Torlonia di via della Conciliazione, il complesso immobiliare denominato Villa Torlonia, già Villa Albani, Villa Delizia Carolina, dei terreni e della sconfinata collezione di statue e marmi (valore di questi ultimi almeno 600 milioni). Quindi è ormai prossima la chiusura di un capitolo della famiglia che ha origine nel capostipite Marin Tourlonias, banchiere francese che arrivò a Roma al seguito di un abate poi divenuto cardinale, e che lo avviò alle fortune nella fiorente Roma dei Papi, tanto che è sepolto nella celebre chiesa di San Luigi dei Francesi, a pochi metri da un Caravaggio. Delle ricchezze e dei fasti dei Torlonia, scrisse anche il Ignazio Silone, nel suo capolavoro Fontamara, della terra dei cafoni marsicani, il Fucino, appunto: «In capo a tutti c'è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi nulla, poi nulla, poi ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito».

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