L’ANALISI

Più efficaci i respingimenti in collaborazione con i libici

di Gianandrea Gaiani

(ANSA)

3' di lettura

Quanta confusione nelle iniziative fatte balenare dal governo italiano per far fronte a un’immigrazione illegale che non è certo esplosa con i 15 mila arrivi dell’ultima settimana, ultima tranche di oltre 600 mila sbarcati dal 2013.
Chiusura dei porti italiani alle navi straniere e regole più severe da far rispettare alle imbarcazioni di soccorso delle Ong, pena il loro sequestro, costituiscono provvedimenti che tradiscono nervosismo e non risolveranno il problema.

Il nodo del preavviso
Se l’obiettivo fosse quello di esercitare pressioni sulla Ue allora lo stop all’attracco delle navi battenti bandiera diversa da quella italiana andrebbe reso operativo comunicandolo con un preavviso di 24 ore. Invece il ministro degli Interni, Marco Minniti, lo ha annunciato come ipotesi al vaglio mentre il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, lo ha escluso vanificando così il tentativo di indurre i partner a farsi carico dell’accoglienza.

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Le flotte di Frontex e Eunavfor Med
Ipotesi improbabile anche perché tutti nella Ue (tranne gli italiani) sono consapevoli che l’apertura dei porti Ue agli sbarchi non farebbe che ingigantire ulteriormente i flussi di quanti oggi raggiungono l'Italia con la speranza di raggiungere il nord Europa. Inoltre quanti sbarcano in Italia (per lo più da Africa Occidentale e Bangladesh) non appartengono alle nazionalità a cui la Ue riconosce lo status di rifugiato (Siria e in alcuni casi Iraq ed Eritrea).

Per queste ragioni un eventuale bando dai porti italiani o l’ipotesi di sequestro determinerebbe lo stop alle attività delle navi delle Ong e indurrebbe i partner a ritirare le navi miliari che oggi costituiscono il grosso delle flotte di Frontex (Operazione Triton) e Eunavfor Med (Operazione Sofia).

Le politiche di competenze dei singoli stati
La Marina italiana si troverebbe quindi di nuovo sola a gestire i soccorsi come accadde nel 2013/14 con l’operazione Mare Nostrum quando fu proprio Roma a chiedere alla Ue di stanziare denaro e inviare navi accettando che i migranti illegali venissero sbarcati in Italia. L’alibi di delegare alla Ue decisioni che devono essere nazionali non regge più: la politica migratoria è di competenza dei singoli Stati, per questo Malta, Bulgaria e altri che hanno un peso certo inferiore all’Italia in ambito comunitario si rifiutano di accogliere migranti illegali a cui l’Italia ha finora spalancato le porte garantendo accoglienza a chiunque paghi i trafficanti.

I respingimenti assistiti
L’unica risposta risolutiva è costituita dai respingimenti assistiti, realizzabili in tempi brevissimi anche grazie alla Guardia Costiera di Tripoli, che con i suoi pochi mezzi ha già riportato indietro un migliaio di migranti ingaggiando battaglie con i trafficanti. Non è più accettabile l’ambiguità di Roma che da un lato addestra gli equipaggi e fornisce motovedette alle forze navali di Tripoli affinché riportino in Libia i migranti e dall’altro impiega le sue grandi e moderne navi per traghettarli in Italia arricchendo i trafficanti.

Il ruolo dell’Onu
Se le flotte italiane e Ue si spingessero nelle acque libiche potrebbero salvare molte delle vite oggi perdute in mare per poi risbarcare i migranti sulle coste della Tripolitania in cooperazione con la Guardia costiera libica e con l’ONU, che curerebbe l’accoglienza in campi di transito e i successivi rimpatri.
Non ci sarebbero più vittime né business per i trafficanti e I flussi cesserebbero in pochi giorni poiché nessuno rischiarerebbe la vita e pagherebbe migliaia di euro sapendo che non raggiungerà mai l’Europa.

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