politica

Più elette in parlamento e Regioni ma il governo è un affare di uomini

di Manuela Perrone

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(FOTOGRAMMA)


3' di lettura

Il bicchiere mezzo pieno racconta un’Italia in cui per la prima volta è donna un parlamentare su tre nonché la presidente del Senato, ovvero la seconda carica dello Stato. Il bicchiere mezzo vuoto dice il resto: su oltre 1.500 incarichi di ministro in 65 differenti governi, le donne ne hanno ricoperti appena 83 (il 5,5%), di cui 41 senza portafoglio. E il Parlamento più femminile della storia ha appena eletto i 21 componenti laici di Csm e alte magistrature: tutti uomini.

Se si aggiunge il quadro delle amministrazioni locali, con due governatrici in carica su 20 regioni e 1.082 sindache su 7.875 comuni (il 13,7%), i dubbi sono pochi: la presenza delle donne nelle istituzioni si amplia in orizzontale, anche grazie alle quote, ma non in verticale. In sintesi: «Le cariche di maggior rilievo politico paiono continuare a essere appannaggio prevalente degli uomini».

A fare il punto è l’ultimo aggiornamento del dossier “Parità vo cercando” dell’Ufficio valutazione impatto del Senato. Una carrellata dei risultati di 70 anni di elezioni, fino allo scorso 4 marzo. L’ultimo voto ha portato in Parlamento 334 elette, di cui 225 alla Camera e 109 al Senato. Il 35% dei seggi: un record. L’altra novità assoluta della XVIII legislatura è l’elezione dell’azzurra Elisabetta Alberti Casellati allo scranno più alto di Palazzo Madama. Se la Camera ha annoverato tre presidenti (Nilde Iotti, Irene Pivetti e Laura Boldrini), al Senato il soffitto di cristallo non era ancora stato infranto. L’avanzata è stata lenta e faticosa. Soprattutto ai vertici. Dal 1948 al 1976 i presidenti di commissione sono stati solo uomini. Negli anni successivi, soltanto 30 commissioni permanenti su 450 hanno avuto una donna al timone, meno del 7 per cento. Otto sono state elette nell’attuale legislatura, su un totale di 28 commissioni.

Guardando al governo, la situazione si fa più fosca. Nessuna donna premier, e soltanto in due hanno ricevuto dal capo dello Stato un mandato esplorativo: ancora Iotti nel 1987 e ancora Casellati, lo scorso aprile. Tra le ministre, apripista è stata la democristiana Tina Anselmi al Lavoro nel 1976. Tredici governi su 65 (sottosegretari compresi) sono stati monogenere. Le donne sono diventate una costante soltanto dal 1983 e dal 1996, con Prodi, hanno superato per la prima volta quota 10 tra ministre e sottosegretarie. Finora soltanto in due casi, Prodi II e Renzi, hanno superato quota venti. Nel governo di Giuseppe Conte sono 11 su 63: cinque ministre su 18 (di cui due con portafoglio: Elisabetta Trenta alla Difesa e Giulia Grillo alla Sanità) e sei sottosegretarie su 45. Colpisce la distribuzione delle deleghe, perché nei primi 64 governi, fino a Gentiloni, alle donne sono stati affidati incarichi prevalentemente (48 dicasteri su 80) nei settori tradizionalmente ritenuti femminili: sociale, sanità, scuola. Nessuna ha mai guidato ministeri di peso, anche per le risorse che muovono, come l’Economia o i Trasporti.

La mappa locale restituisce ancora di più l’idea di un progresso monco. Innanzitutto nei comuni, dove ogni cento sindaci 87 sono uomini. Idem nelle regioni: su 277 presidenti dal dopoguerra a oggi solo dieci sono state donne (il 3,6%). Dodici regioni sono state presiedute da soli uomini. Oggi le consigliere regionali sono intorno al 20%, le assessore circa il 33%, con picchi del 75% in Campania. Un caso emblematico di quanto abbiano inciso le leggi regionali e quelle nazionali sul riequilibrio della rappresentanza (la legge 215/2012 e la 20/2016) e in particolare la doppia preferenza di genere o l’alternanza di genere nelle liste, adottata anche per le politiche dal Rosatellum. Il dossier lascia aperte le conclusioni: contano le norme, ma anche i fattori sociali e culturali.

Per il presente, la democrazia paritaria non sembra una priorità dell’esecutivo gialloverde. Fanno fede il contratto di governo, che non dedica neanche una riga al tema. E le prime scelte della nuova maggioranza. Come l’elezione in Parlamento dei componenti laici del Csm e dei Consigli di presidenza di giustizia amministrativa, giustizia tributaria e Corte dei conti: 21 posizioni, 21 uomini. Tra lo stupore di oltre 60 costituzionaliste, firmatarie di un appello ai presidenti di Camera e Senato. Perché l’articolo 51 della Carta non sia dimenticato.

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