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Più formazione per l’ascensore sociale

di Dario Braga


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(Adobe Stock)

3' di lettura

Prendo spunto da un recente incontro a Bologna con dottorande e dottorandi di ricerca internazionali per il lancio di una iniziativa di co-working incentrata sui Sustainable development goals (Sdg, Obiettivi di sviluppo sostenibile) proposti dalla Nazioni Unite per gli anni a venire. Un piccolo gruppo di lavoro con dottorandi da Ghana, Etiopia, Tunisia, Pakistan, Iran, Iraq, Giordania, Lituania, Ucraina, Russia, Sud Africa e altri Paesi ancora. La prima domanda era sulle priorità. Voi che provenite “dal resto del mondo” quale pensate sia, tra quelli elencati dall’Onu, il problema più importante? Un giro di tavolo, 5 minuti a testa. Mi aspettavo risposte come «immigrazione», «cambiamenti climatici», «disparità di genere», o «fame e alimentazione» e invece il denominatore comune delle loro risposte è stato nettamente «education», la formazione. Educare le persone.

In fondo cosa altro potevano dire ragazze e ragazzi arrivati a Bologna per studiare e fare ricerca da zone molto scomode e con molti sforzi? Le motivazioni erano anche molto simili: il dottorato di ricerca, il PhD, rappresenta per tutti un, potenzialmente enorme, riposizionamento sociale nei Paesi di origine, oppure, per chi a casa non tornerà, il titolo che consentirà di qualificarsi per lavori importanti nel resto del mondo. Insomma, per questo gruppetto, il dottorato è l’“ascensore sociale”. Quell’ascensore sociale che sembra bloccato nel nostro Paese.

Vediamo qualche dato. I dottorandi in Italia sono circa 9mila, pochi rispetto ad altri Paesi e non sorprende visto che anche i laureati sono pochi. L’Italia, con il 19,4% di laureati della popolazione tra 25 e 54 anni, è l’ultima in Europa. Ultima. La Spagna ha il doppio di laureati dell’Italia, 32,7%, il Regno Unito il 38,3 per cento. Sono dati più volte rimbalzati sui social e nell’ultima campagna elettorale, ma che hanno portato, finora a ben pochi atti conseguenti.

Ma qui il tema è l’“ascensore sociale” e la percezione dell’importanza/utilità della formazione. Restiamo ancora per un momento sul dottorato. Dall’ultima indagine di AlmaLaurea (2017) risulta che il 23,5% non rifarebbe il dottorato in una università italiana, ma sceglierebbe piuttosto l’estero, mentre un 7,5% non lo rifarebbe affatto. Totale 31%, un terzo. Numero che diventa ancora più severo se letto insieme a quel 71% degli intervistati che ritiene di avere maggior opportunità di affermarsi con il PhD fuori dall’Italia.

Dunque, i laureati sono pochi e quelli che proseguono con il dottorato sono anche scontenti. Cosa sta succedendo in questo Paese? Eppure che le nostre Università sono tante e diffuse sul territorio e - nonostante tutto - producono buoni laureati (così buoni che all’estero se li contendono, si pensi al recente reclutamento di medici italiani per gli ospedali inglesi).

L’“ascensore sociale” non interessa più o non funziona più? Molti dei miei compagni di studio – negli anni 70 – erano figli di operai o impiegati - genitori senza un titolo di studio superiore. La formazione era il mezzo per migliorare la propria condizione sociale, esattamente come per i dottorandi stranieri del gruppo di lavoro. E di figli di operai e di impiegati diventati medici, ingegneri, insegnanti, professionisti, scienziati ecc., da quegli anni, ne sono usciti tanti.

Qualcosa in questo processo si è inceppato. È vero, il nostro sistema formativo è cronicamente sottofinanziato. Le “tasse” e i costi di frequenza sono consistenti e i sistemi di supporto al bisogno non sono sufficienti (ma nemmeno sono assenti ed è ampia la fascia di studenti che accede gratuitamente o con contribuzioni ridotte). Ma sono proprio tutte qui le ragioni della scarsa attrazione degli studi universitari? Rispondere è difficile, perché il fraintendimento è dietro l’angolo e la risposta non può essere univoca. Qui propongo due riflessioni.

Pesano certamente le aspettative deluse. Tuttavia, troppi studenti sembrano interpretare il sacrosanto diritto a seguire le proprie aspirazioni nella scelta dei percorsi di studio come una sorta di diritto acquisito a vedersi offrire un lavoro adeguato al termine del percorso liberamente scelto. E non funziona così. Il lavoro c’è, ma spesso richiede scelte di studio più impegnative e più competitive. Poi c’è un aspetto “social” di sistematica delegittimazione dello studio. Il messaggio che giovani e famiglie ricevono sempre più spesso è «basta con il mito della laurea!». Anzi, ci stanno abituando a considerare spocchioso e arrogante chi dice di avere studiato. La modestia è una virtù, ma l’impegno nello studio non può diventare un demerito e l’investimento delle famiglie nella formazione dei figli una perdita di tempo e di denaro. Sono messaggi volgari e pericolosi. Il processo non è ancora irreversibile, ma è una tendenza che bisogna invertire. Se si radica la convinzione che lo studio e la cultura non sono mezzi per migliorare sé stessi e il mondo che ci circonda, se la malattia si diffonde, se diventa contagio virale, la risalita per il nostro Paese diventerà molto difficile.

E non c’è vaccino.

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