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Più forte nel Mezzogiorno l’effetto dell’inflazione, crollo dei consumi in vista

È la previsione di Svimez per il biennio 2023-2024. Con la frenata dovuta alla guerra si riapre la forbice Nord-Sud

di Nicola Barone

(ANSA)

3' di lettura

Nel 2022 il picco dell’inflazione dovrebbe interessare in maniera più marcata il Mezzogiorno, 8,4% contro il 7,8% nel Centro-Nord. E sempre al Sud si stima un più lento rientro sui livelli precedenti lo “shock Ucraina”. È quanto rileva la Svimez nelle anticipazioni del Rapporto 2022 in cui è previsto, nel biennio 2023-2024, un crollo dei consumi al Sud. Quest’anno il Pil nel Mezzogiorno crescerà del 2,8%, ma si riapre la forbice Nord-Sud con la frenata di consumi e investimenti dovuti alla guerra, che indebolisce anche la ripresa nazionale: il Centro-Nord crescerà del 3,6% mentre il Pil italiano è stimato in crescita del 3,4%.

Divario di crescita a sfavore del Sud

Nel 2022, rileva la Svimez, dovrebbero frenare soprattutto i consumi delle famiglie meno abbienti e si rileva un’asimmetria territoriale sfavorevole al Sud, dove più di un terzo delle famiglie si posiziona nel primo quintile di spesa familiare mensile equivalente, contro il 14,4% del Centro e meno del 13% nel Nord. «L’impatto dello shock inflazionistico sui consumi dovrebbe estendersi a tutto il biennio 2023-2024, a causa della persistenza temporale dell’effetto di erosione del potere d’acquisto di redditi e risparmi delle famiglie, con impatti amplificati al Sud», sottolinea lo studio. Dopo la frenata dovuta alla pandemia, spiega la Svimez, l’Italia ha conosciuto una ripartenza pressoché uniforme tra macro-aree e il Sud ha partecipato alla ripresa nazionale del 2021: il Pil del Mezzogiorno, calato dell’8% nel 2020 (-9% il calo a livello nazionale), è cresciuto infatti del 5,9% nel 2021 (a fronte di una crescita nazionale del +6,6%). Ma il trauma della guerra ha modificato il contesto globale. Si assiste, tra le altre cose, a un rallentamento della ripresa e a un aumento del costo dell’energia e delle materie prime. Ciò espone «l’economia italiana a nuove turbolenze, allontanandola da una ripartenza relativamente tranquilla e coesa tra Nord e Sud». Nel biennio 2023-2024, a fronte di una drastica riduzione del ritmo di crescita nazionale (+1,5% nel 2023; +1,8% nel 2024), il Pil del Sud cresce meno del resto del Paese, nonostante il significativo contributo del Pnrr: +1,7% la crescita, nel 2023, nelle Regioni centrosettentrionali, a fronte di un +0,9% in quelle del Sud. Nel 2024 si manterrebbe un divario di crescita a sfavore del Sud di circa 6 decimi di punto: +1,9% al Nord contro il +1,3% del Sud.

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Investimenti +12%, trainano le costruzioni

Nel 2022 gli investimenti crescono al Sud più che al Nord con un +12,2% contro il +10,1%. Nel Mezzogiorno, però, a spingere la crescita siano soprattutto quelli nel settore delle costruzioni, grazie allo stimolo pubblico quali in particolare il Superbonus e gli interventi finanziati dal Pnrr. La crescita degli investimenti orientati all’ampliamento della capacità produttiva è invece inferiore di tre punti a quella del Centro-Nord (+7% contro +10%). Lo shock sui costi di produzione, spiega la Svimez, «si dovrebbe trascinare nel biennio incidendo sulle decisioni di investimento delle imprese, che dovrebbero seguire una dinamica più bilanciata tra componente in costruzioni e macchinari nel Centro-Nord, mentre al Sud prevarrebbe ancora l’effetto di stimolo determinato dalla ripresa degli investimenti pubblici, a svantaggio della crescita degli investimenti in macchinari e attrezzature».

L’aggravio della piccola dimensione

Le imprese nel Mezzogiorno sono più esposte allo shock Ucraina e all’aumento dei costi dell’energia, perché qui sono più diffuse imprese di piccola dimensione, caratterizzate da costi di approvvigionamento energetico strutturalmente più elevati sia nell’industria che nei servizi. Inoltre, evidenza l’analisi, i costi dei trasporti al Sud sono più alti, oltre il doppio rispetto a quelli delle altre aree del Paese. La Svimez stima che uno shock simmetrico sui prezzi dell’energia elettrica, che ne aumenti il costo del 10%, a parità di cose, determini al Sud una contrazione dei margini dell’industria di circa 7 volte superiore a quella osservata nel resto d’Italia, rischiando di compromettere la sostenibilità dei processi produttivi con possibili conseguenze sul mantenimento dei livelli occupazionali.

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