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Più gas nazionale e sprint sulle rinnovabili: la ricetta italiana per affrancarsi dalla Russia

Operatori a confronto sul palco del Festival sulla transizione energetica e sugli effetti del conflitto in Ucraina

di Celestina Dominelli

Un momento del convegno moderato dalla giornalista del Sole 24 Ore Sissi Bellomo

5' di lettura

Diversificazione energetica, rinnovabili e nuove frontiere, a partire dal nucleare di quarta generazione. E ancora, gli effetti delle ultime sanzioni contro la Russia e l’ipotesi di un tetto al prezzo del gas, su cui l’Europa ha aperto uno spiraglio con l’avvio del confronto sullo strumento sollecitato da alcuni Paesi, Italia in testa, per provare a bloccare il persistente rialzo dei prezzi dell’energia, i cui effetti stanno colpendo imprese e famiglie. È ricco il menù che tiene banco nel focus su transizione energetica e crisi del gas, moderato dalla giornalista del Sole 24 Ore, che ha visti riuniti attorno allo stesso tavolo un ricco parterrre di ospiti: Alessandro Marangoni, ceo di Althesys, Alberto Clò, economista e direttore responsabile della rivista Energia, Luca Marchisio, responsabile Strategia di Sviluppo di Terna, Ugo Salerno, ceo di Rina, Jonathan Stern, Distinguished Research fellow Oxford Institute for Energy Studies, e Paolo Scaroni, deputy chairmain di Rothschil Group e presidente del Milan.

Scaroni: bisogna spingere sulla produzione nazionale di gas

E proprio da Scaroni prende le mosse l’analisi sulle ultime mosse dell’Europa e sulle possibili nuove iniziative, come quella di un price cap sul gas. Ma su questo l’ex ad di Eni ed Enel, che ben conosce il mercato dell’energia, non nasconde qualche perplessità. «Ogni volta che si è cercato di mettersi contro il mercato, si è ottenuto il risultato opposto - dice il top manager - . Se il price cap è troppo basso, tutto il gas andrà in Asia», ammette Scaroni che, sulle ultime sanzioni contro la Russia, si limita a una battuta («tanto rumore per nulla») per poi ribadire, con uno sguardo al tentativo dell’Italia di accelerare sull’affrancamento dal gas russo, che occorre accelerare sulla produzione nazionale. «Mattei ha insegnato all’Italia e al mondo l’utilizzo del gas come combustibile, abbiamo una lunga tradizione nel nostro Paese. Oggi produciamo 3,5 miliardi di metri cubi di gas l’anno, arrivare a 9 miliardi non è fuori dal mondo». E tutto ciò è possibile perché, aggiunge, abbiamo uno strumento che altri, come Germania o Austria, non hanno, cioè l’Eni», che fa scoperte di gas nel mondo.

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Salerno: occorre investire maggiormente sulle infrastrutture

Sulle soluzioni che l’Italia deve mettere in campo per accelerare, emergono però delle differenze tra chi sostiene che sia necessario continuare a puntare sul gas e chi, invece, spinge per uno sprint sulle rinnovabili. Ugo Salerno, ceo di Rina, fa come di consueto esercizio di buonsenso. «Sicuramente nel breve le priorità sono altre, ma la decarbonizzazione non ce la possiamo dimenticare. Quello che succederà è che ci siamo resi conto in maniera più bruciante quanto sia importante avere una diversificazione delle fonti e una grande capacità di gestire le crisi. È fondamentale, quindi, per un paese avere l'indipendenza energetica, ma non possiamo risolverla completamente dall'interno per l'Italia». E per Salerno occorre soprattutto investire maggiormente sulle infrastrutture, a cominciare da quel tassello strategico per la diversificazione che è l’aumento della capacità di rigassificazione del gas. Un fronte che, ricorda il top manager, ha visto scendere in campo Snam su mandato del governo. «Snam sta facendo grande sforzo», dice Salerno ma bisogna accelerare su altre tessere, come, per esempio, la costruzione di bracci di carico per il trasferimento del gnl.

Marchisio: puntare su rinnovabili, accumuli e reti elettriche

C’è poi il capitolo delle rinnovabili su cui l’Italia deve però effettuare un ulteriore salto anche per allinearsi ai nuovi e ambiziosi obiettivi disegnati dall’Europa nel RepowerEu. «Gli elementi necessari per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione sono le rinnovabili, gli accumuli e le reti elettriche, con queste ultime che rappresentano il vero fattore abilitante della transizione energetica - sottolinea Luca Marchisio, responsabile Strategia di sviluppo di Terna -. Terna, nel Piano di Sviluppo decennale, ha programmato 18,1 miliardi di euro di investimenti, con interventi che consentiranno di integrare la nuova capacità di energia pulita prodotta prevalentemente al Sud verso i centri di maggior consumo del Nord Italia, attraverso dorsali di trasporto strategiche per l'intero sistema Paese». Con le tecnologie attuali, prosegue Marchisio, «i target al 2030 sono raggiungibili, lo sforzo però è enorme ed è indispensabile una programmazione coordinata a livello anche geografico delle risorse chiave per indirizzare gli investimenti degli operatori in modo coerente rispetto a quanto pianificato».

Marangoni: serve una visione del paese che ora manca

Un fronte, quello delle energie green, su cui comunque qualche passo avanti da parte del governo è stato fatto, come ricorda Alessandro Marangoni, ceo di Althesys, che nei giorni scorsi ha presentato la consueta fotografia dell’Annual Report dell’Irex, bussola imprescindibile per l’energia. «In quel check - dice - abbiamo mappato progetti per rinnovabili per 10 GW, prevalentemente fotovoltaico ed eolico. Ma circa il 70% di questi 10 è in fase di autorizzazione». Per Marangoni, il problema non è tanto insistere sulla divisione in schieramenti, tra chi sostiene il gas e chi invece è contrario, quello che serve, evidenzia, «è una visione del paese e una strategia perché è questo quello che manca. Le rinnovabili sono opportunità straordinarie, bisogna ragionare a medio termine e a priori non bisogna escludere alcuna soluzione. Deve essere portafoglio di soluzioni traguardato nel tempo». Quanto alle misure di semplificazione messe in campo dall’esecutivo con gli ultimi provvedimenti adottati, Marangoni è chiaro. «Se lo confrontiamo quanto fatto con il passato, ci sono passi avanti importanti. Ma non basta e serve, tra l’altro, anche una maggiore responsabilizzazione a tutti i livelli».

Clò: su approvvigionamento gas siamo ostaggio della Russia

Per Alberto Clò, economista e direttore responsabile di Energia, c’è però anche un altro aspetto da non tralasciare. «La guerra - avverte con la consueta franchezza - ha cambiato le priorità, oggi nell'agenda dei governi non c'è la transizione. Le priorità sono tornate quelle che erano negli anni '50, a cominciare dalla sicurezza energetica. Se sei ostaggio di qualcuno nell’approvvigionamento non sei un Paese libero: noi siamo ostaggio della Russia, dirlo non significa stare dalla parte di Putin. E ora rischiamo di passare dalla padella del gas russo a quello delle rinnovabili cinesi». La guerra, insiste Clò, «ha aggravato la crisi energetica, non è stata la causa. La vera causa che ha aggravato la crisi energetica è stata la guerra. I ricavi russi dall'energia sono molto aumentati, non il contrario».

Stern: 4-5 anni per i nuovi impianti di liquefazione in Europa

E, soprattutto come fa notare Stern, il percorso di emancipazione energetica dell’Europa dalla Russia non sarà breve né indolore. Anche con riferimento alle nuove vie che il Vecchio Continente vuole battere, a cominciare dal gnl. Perché, avverte Stern, «ci vogliono 4/5 anni per costruire impianto di liquefazione. Oggi ce ne sono alcuni in costruzione, ma il vero scatto per sostenere l’aumento delle forniture di Gnl ci sarà nel 2026-2027». Per supportare quell’aumento, però, aggiunge, «servirà l’accettazione del fatto che bisognerà rivedere la questione delle emissioni di gas serra e occorrerà occuparsi della cattura del carbonio» per gestire al meglio questi processi.

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