lo scenario

Più importante della manovrina il nuovo piano delle riforme

di Dino Pesole


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2' di lettura

Per ridurre il debito e far ripartire l’economia occorre agire con un mix di politiche dirette al sostegno della crescita (il “denominatore”) e alla riduzione del “numeratore” portando tra l’altro a compimento il percorso delle privatizzazioni. A scorrere le pagine del “Country Report” reso noto mercoledì scorso dalla Commissione europea, si ha la conferma che il cammino da intraprendere è lungo e tortuoso. Se il dibattito politico si concentra esclusivamente sulla correzione chiesta da Bruxelles, pari a 3,4 miliardi (un’inezia se lo rapportiamo a una spesa pubblica di oltre 820 miliardi) evidentemente rischiamo di non cogliere la vera urgenza con cui questo e i prossimi governi dovranno fare i conti. Eccola in sintesi la vera urgenza, quale ci viene riassunta dal rapporto di Bruxelles, e non solo: la ripresa resta “moderata”, e non vi è dubbio su questo. Basta mettere in fila gli ultimi dati: 0,7% nel 2016, 0,9% nel 2016, attorno all'1% nel 2017-2018. Già prima della crisi, crescevamo in media un punto e mezzo al di sotto della media europea. Siamo ancora lì. E la parola chiave è ancora una volta la produttività che resta “debole”. Si è molto discusso, e la stessa Commissione Ue lo ribadisce, attorno all’effettiva portata delle riforme strutturali in termini di sostegno alla crescita dell’economia. La conclusione è che se ben strutturate, e soprattutto se attuate, le riforme (mercato del lavoro, fisco, pubblica amministrazione, liberalizzazioni) dispiegano i loro effetti nel medio periodo certo, ma non per questo ci si può consentire di rallentarle o peggio ancora di lasciarle nel cassetto, a futura memoria. Il caso delle (mancate) liberalizzazioni da questo punto vista è quanto mai emblematico, come documentato dal Sole24Ore del 22 febbraio.

Riforme – si potrà obiettare – che devono essere impostate nel primo scorcio della legislatura. Lo si è fatto per la verità con il ddl sulla concorrenza (varato dal governo nel febbraio 2015 all'insegna della “lotta alle lobby” ma già in versione soft), che dopo essere stato sostanzialmente svuotato nel corso dell’esame parlamentare ora è impantanato al Senato. Ne consegue che pur nel ristretto orizzonte temporale di cui potrà disporre il governo Gentiloni (ormai l’alternativa è tra il voto in autunno o alla scadenza naturale in febbraio), non si potrà prescindere da questa assoluta priorità. Al pari del riordino della Pa, da più parti considerato come la madre di tutte le riforme, che ha appena concluso il lungo iter di approvazione con il varo degli ultimi decreti attuativi.

Ecco il vero problema, non la mini-correzione chiesta da Bruxelles. E dovrà essere questo Governo a farsene carico, affidando al Programma nazionale di riforma atteso per metà aprile non un vuoto elenco di buone intenzioni, ma un dettagliato cronoprogramma vincolante anche per il governo che verrà e dunque per la prossima legislatura.

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