la stretta

Fisco, più intercettazioni e carcere contro l’evasione

Più spazio alle intercettazioni contro l’evasione fiscale. Previsto anche un inasprimento della pena detentiva

di Giovanni Negri

3' di lettura

Più spazio alle intercettazioni contro l’evasione. Con il decreto legge fiscale si irrobustisce una linea di tendenza che, attraverso la leva dell’inasprimento delle sanzioni, conduce, tra le conseguenze, anche all’allargamento delle possibilità di effettuare intercettazioni da parte delle autorità investigative. In particolare, nel pacchetto penale in attesa di pubblicazione sulla «Gazzetta» (l’ultima versione rinvia il debutto delle misure penali alla data di entrata in vigore della legge di conversione), è innalzata la pena detentiva dagli attuali 1 anno e 6 mesi nel minimo e 4 nel massimo, a un minimo di 2 e un massimo di 6 per il reato di omessa dichiarazione.

Delitto non proprio trascurabile, visto che di solito è contestato nei casi di esterovestizione, dove a fare da proverbiale punto di riferimento sono procedimenti come quelli che hanno interessato il comparto della moda da Dolce e Gabbana a Valentino, piuttosto che Amazon e Google. Al quale si aggiunge anche l’ipotesi, di nuovo conio, della ipotesi attenuata della dichiarazione fraudolenta, nella tipologia della condotta con uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, dove la previsione di una pena compresa tra un minimo di 1 anno e 6 mesi e un massimo di 6, fa superare quel limite di 5 anni cui il Codice di procedura penale aggancia la possibilità di effettuare intercettazioni.

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L’intervento sulla condotta di omessa dichiarazione e dichiarazione fraudolenta si affianca a quelli che, negli anni passati, hanno reso possibile effettuare intercettazioni per le ipotesi standard di dichiarazione fraudolenta, di occultamento o distruzione di documenti contabili, di falsa fatturazione, di indebita compensazione, dei casi più gravi di sottrazione fraudolenta. Con almeno una serie di dubbi da una parte sulla opportunità di una possibilità di utilizzo così ampia di uno strumento investigativo assai invasivo e dall’altra sulla sua effettiva efficacia nell’attività di contrasto a un tipo di criminalità in larga parte agganciato a “maneggi” su documentazione dichiarativa o contabile.

E con una specificità però che è tipica, determinata dal doppio binario, penale-amministrativo, per contrastare le condotte di evasione. Un doppio binario oggi sotto pressione sul piano giuridico per le sempre più frequenti contestazioni sulla legittimità della coesistenza di una risposta amministrativa che può essere tanto afflittiva da configurarsi come “parapenale” e una che penale lo è a tutti gli effetti ai medesimi fatti illeciti.

Sull’utilizzo del materiale acquisito con le intercettazioni, poi, il doppio binario ha un impatto specifico. Perché legittima l’utilizzo nel procedimento tributario del materiale acquisito con le intercettazioni autorizzate nella vicenda penale, anche quando quest’ultima si è magari conclusa con un’assoluzione. È stata la stessa Cassazione, a più riprese, a spiegare che il divieto introdotto dall’articolo 270 del Codice di procedura penale di utilizzare i risultati di intercettazioni telefoniche in procedimenti diversi da quello in cui sono state disposte non vale per il contenzioso tributario, ma solo in ambito penale. Così, materiale legittimamente raccolto in sede penale e trasmesso all’amministrazione finanziaria entra a fare parte a pieno titolo del materiale probatorio che il giudice fiscale deve valutare.

A rendere più problematico poi il costante allargamento della possibilità di ricorso alle intercettazioni c’è la perdurante assenza di una disciplina sulla divulgazione dei contenuti estranei all’interesse investigativo.

La riforma Orlando è stata congelata dal Governo Conte 1 sino a fine anno. Ora il Conte 2, con un Pd partner di governo che proprio l’ex ministro della Giustizia ha come vicesegretario, dovrebbe intervenire, ma già aleggia un ulteriore rinvio, per cercare di conciliare le esigenze di indagine con quelle di tutela della privacy.

Con il paradosso di Procure che intanto si sono già attrezzate con il “fai-da-te”, da Roma a Firenze.

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