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Più lavoro se il capo-azienda è donna, soprattutto al Sud

di Eugenio Bruno


Dall’Ict alla sanità: pronte oltre 15mila offerte di lavoro per i giovani

3' di lettura

Se la bassa occupazione delle donne continua a rappresentare uno dei principali punti di debolezza del Paese - anche a causa dell’assenza di vere politiche di conciliazione vita-lavoro- l’imprenditoria femminile potrebbe rappresentare una delle carte per il suo rilancio. Specialmente al Sud.

A dirlo sono le ultime elaborazioni dell’Osservatorio per l’imprenditorialità femminile di Unioncamere e InfoCamere. I dati, aggiornati al 31 marzo scorso, censiscono un totale di 3 milioni di lavoratori impiegati nella galassia formata da 1 milione e 330mila imprese “in rosa”. E un milione di questi addetti sono impiegati nel Mezzogiorno.

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Questo fenomeno si concentra soprattutto al Sud. Ad esempio in Molise, dove il 27% delle aziende è guidato da una donna, oppure in Basilicata (26 per cento). Ma al di sopra del 21% di media nazionale troviamo tutte le regioni meridionali, Isole comprese: l’Abruzzo (con il 25%), la Sicilia (24%), la Calabria e la Puglia appaiate al 23%, la Sardegna e la Campania al 22 per cento.

Nelle aziende che operano soprattutto nel settore della sanità/assistenza sociale e dell’agricoltura, il tasso di femminilizzazione raggiunge rispettivamente il 37 e il 30 per cento. Oltre ai servizi minori dove il capo è donna in più di un caso su due.

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    L’ impatto occupazionale
    Dai dati di Unioncamere viene fuori che il 15% degli occupati nel settore privato presta il suo servizio in un’azienda femminile. Una percentuale che in Molise e in Sardegna supera però il 20 per cento. E anche la Calabria si colloca su risultati analoghi mentre in Sicilia, Umbria e Abruzzo sfiorano il 19%; poco più sotto la Basilicata con il 18 per cento. Nel complesso, alle 483mila attività a trazione femminile si deve il 17% dell’occupazione generata dal settore privato nel Sud e nelle Isole, pari a quasi un milione di persone.

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    Alle spalle del Meridione troviamo poi il Nord Ovest: nelle 314mila imprese femminili censite da Unioncamere-Infocamere lavorano più di 800mila persone, corrispondenti all’11,8% degli addetti totali dell’area. A seguire il Centro, con 302mila imprese femminili e 710mila addetti e un’incidenza complessiva del 15 per cento. In coda il Nord Est, con 232mila attività guidate da donne e 627mila impiegati, pari al 13,5% dell’intero settore privato.

    In valore assoluto sono invece Lombardia e Lazio i territori che registrano i numeri più elevati in questo settore. La prima vanta infatti 179mila imprese femminili e oltre 500mila addetti; il secondo risponde invece con 145mila attività d’impresa in “rosa” e oltre 325mila lavoratori.

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    Prevalgono le mini imprese
    In un Paese popolato con un settore produttivo caratterizzato da mini se non addirittura micro imprese non poteva fare eccezione l’imprenditoria femminile.

    Nelle attività guidate da donne, che rappresentano quasi il 22% delle imprese totali italiane, operano mediamente 2,32 persone, a fronte dei quattro addetti della media complessiva. E il problema delle dimensioni viene confermato anche dalle forme giuridiche utilizzate per avviare l’attività economica. Risultato: l’incidenza delle imprese unipersonali supera di oltre 10 punti percentuali quella che si registra per il complesso delle aziende (il 63% a fronte di poco meno del 52%). Un sintomo di fragilità strutturale che deve far riflettere. E che merita una risposta.

    Le imprese rosa Aziende gestite da donne regione per regione. Dati al 31/3/19, in %
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