il dibattito sull’università

Più ombre che luci nel reclutamento dei nuovi docenti

di Alfredo Gaito


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3' di lettura

A partire dal 2012 il reclutamento dei docenti universitari avviene mediante una prima fase di verifica attitudinale generica costituita dall’Abilitazione scientifica nazionale, meglio nota come Asn, e attraverso una seconda fase di vero e proprio concorso con valutazione comparativa, costituita dalla procedura di chiamata da parte delle singole Facoltà.

Mentre le prime due tornate della Asn, quelle istituite negli anni 2012 e 2013, si sono sviluppate mediante un sola sessione per anno, ove era richiesta una valutazione favorevole di quattro commissari su cinque (di cui uno in servizio presso atenei di Paesi appartenenti all’Unione europea), dalle tornate successive, ovvero quella 2016/2018 (conclusasi) e quella 2018/2020 (attualmente in corso), il quorum idoneativo è stato abbassato a tre su cinque e vi è stata una suddivisione in quadrimestri, cinque per l’esattezza, in modo da consentire ai candidati di presentare in varie finestre temporali la domanda, in riferimento alla quale la commissione, formata esclusivamente da professori ordinari in servizio presso atenei italiani, possa adottare in tempi rapidi (quattro mesi, appunto) la decisione in ordine all’abilitazione a partecipare successivamente ai concorsi veri e propri per professore di prima o seconda fascia (ordinario o associato) secondo un modello definito icasticamente di abilitazione “a sportello”. Saranno poi le Università a effettuare le chiamate in ruolo a seguito di vere procedure concorsuali interne (sulle quali pure ci si dovrà interrogare).

Il nuovo modello che apparentemente sembrava dover superare le perplessità legate alle valutazioni comparative utilizzate per il reclutamento dei professori anteriormente alla legge Gelmini in realtà ha dato luogo a non pochi problemi che hanno provocato l’intervento della magistratura amministrativa e penale, sancendo il fallimento dell’abilitazione scientifica nazionale.

Le ragioni vanno ricercate nelle differenti interpretazioni che le commissioni giudicatrici offrono al modello legislativo. Infatti, benché si sia cercato di arginare la discrezionalità dei commissari ancorando alla sussistenza di determinati presupposti, quali il raggiungimento delle soglie fissate in ordine alla produzione scientifica e su determinati titoli (partecipazione a comitati editoriali, incarichi di insegnamento, attrazione di fondi universitari, etc.), che già di per sé nell’ottica del legislatore dovrebbero costituire parametro obbiettivo di qualità, talune commissioni hanno privilegiato esclusivamente i requisiti soggettivi del metodo e della qualità dei risultati della ricerca, il che secondo la magistratura inquirente nasconde occhiuti margini di discrezionalità difficilmente sindacabili per via amministrativa, se non sul piano della motivazione illogica e apparente.

Talvolta si confonde la ratio che sovrintende all’abilitazione scientifica a quella che nel sistema previgente presupponeva le valutazioni comparative e che, al contrario, è aspetto che oggi deve riguardare unicamente il successivo step rappresentato dalla scelta e dalla chiamata in ruolo da parte degli atenei.

Nella prospettiva di alcuni pubblici ministeri, c’è il rischio che la (apparentemente) sterile attribuzione dell’abilitazione celi talvolta disegni ben più “lungimiranti”, quali conferire il “lasciapassare” a un solo candidato dei potenziali concorrenti strutturati all’interno della stessa università nel medesimo settore scientifico ovvero orientati a partecipare a procedure comparative bandite in altri atenei. Sono aspetti che, travalicando i ristretti ambiti imposti dal procedimento amministrativo, sono sempre più oggetto di indagini da parte delle procure della Repubblica, come è avvenuto con la “punta dell’iceberg” rappresentata dal processo che incomincerà a metà settembre a Firenze avente ad oggetto le abilitazioni scientifiche dei tributaristi. Ma non si può fare di tutta l’erba un fascio: non può essere trascurata la tendenza all’arroganza o qualche margine di scarsa competenza tra i commissari sorteggiati, senza tracimare necessariamente nel penalmente rilevante.

Dinanzi a certi esiti, il dissenso della collettività scientifica di riferimento è marcato. Tanto da accreditare l’impressione che quella che doveva apparire ed essere una procedura preselettiva all’insegna della trasparenza e della (quasi) automaticità, all’atto pratico si sta rilevando un fallimento con risvolti anche sul piano etico. Con buona pace per i criteri di obiettività che, nell’ottica del legislatore, costituiscono caratteri indefettibili di qualità secondo indici condivisi di prevedibilità. Vanificare questi princìpi porta all’implosione del sistema stesso; e, oltre e al di là degli epiloghi giudiziari futuri, costituisce un pessimo esempio di coerenza; aspetto ancor più deprecabile in settori poco numerosi, offrendo agli inquirenti l’occasione per contestare ipotesi di reato di fronte a valutazioni che, sganciate dai ridetti criteri obiettivi di scientificità, vengono considerate come il desolante risultato di schermaglie (o di accordi) tra Scuole, o peggio.

Ordinario di diritto processuale penale - Sapienza Università di Roma

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