venture capital versus pir

Più opportunità per le start-up

di Lucilla Incorvati


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3' di lettura

Tra le novità introdotte dalla riforma sui nuovi Piani di risparmio è previsto l’obbligo per il gestore di investire una quota del 3,5% del patrimonio sui fondi di venture capital. Andrea Di Camillo, managing partner di P101 (società che gestisce due fondi di Venture Capital), interviene nel dibattito in corso.

Dottor Di Camillo la nuova normativa va nella giusta direzione?

Direi proprio di sì, perché i Pir sono nati per sostenere l’economia reale che prende forma anche dagli investimenti nelle aziende di più recente formazione o con un alto grado di innovazione tipiche dei portafogli di venture capital.

Questa asset class dunque si avvia a entrare in prodotti retail?

Per la prima volta il grande pubblico dei piccoli risparmiatori potrà iniziare a digerirla e conoscerla. Dal lato consulenti/rete questa è comunque un’opportunità per fidelizzare il cliente finale in un rapporto di investimento di medio-lungo periodo.

Quali sono i dettagli tecnici che dovrà chiarire il decreto attuativo?

Intanto coinvolgere nella stesura dei regolamenti e nella costruzione dei decreti attuativi i protagonisti, le poche realtà del settore e l’associazione che li rappresenta (Aifi) è sicuramente la via più costruttiva per risolvere quegli ostacoli che a oggi creano un po’ di confusione e malintesi sulla misura e sulle sue potenzialità.

Quali in particolare?

In primis la modalità con la quale i gestori potranno investire. Più in particolare, il 3,5% si riferisce al capitale effettivamente richiamato nel periodo di riferimento o agli impegni finanziari sottostanti? Le cose cambierebbero di molto tra le due opzioni: infatti un fondo di solito richiama o impiega il 10-20% della raccolta disponibile per anno. E poi si deve tener presente che il venture capital implica una politica di gestione del portafoglio, nata per rispondere alle esigenze diverse dei differenti investitori, che lo rende meno illiquido di quanto possa apparire. Va poi chiarita la possibilità per i Pir di investire non solo in fondi venture capital di nuova creazione ma anche in quote di fondi esistenti (il cosiddetto mercato secondario). Quest’ultima via potrebbe dare da un lato liquidità al mercato e dall’altro consentire ai gestori dei fondi Pir di pianificare il profilo di liquidità di quella frazione di portafoglio.

RACCOLTA DI VENTURE CAPITAL IN EUROPA
RACCOLTA DI VENTURE CAPITAL IN EUROPA
RACCOLTA DI VENTURE CAPITAL IN EUROPA

I vantaggi fiscali a disposizione non sono pochi.

Il maggior beneficio fiscale dato ai fondi di venture capital (l’aumento dal 30% al 40% dell’aliquota detraibile o deducibile per le persone giuridiche o fisiche che investono, ndr) è un passo importante che va nella giusta direzione a sostegno all’industria e qualsiasi beneficio fiscale in più è ben accetto. Combinando questo con i Pir e gli incentivi per le corporate ad acquisire le start-up e Pmi innovative si possono davvero creare le basi per un mercato degli investimenti di venture capital stabile nel tempo, di soddisfazione per gli investitori e di forte impulso per la creazione di nuove aziende tecnologiche e innovative di cui l’Italia ha bisogno ma che altresì deve rappresentare una modalità di fare impresa continua nel tempo e non soggetta ai singoli cicli di mercato.

Cosa ne pensa dell’idea di creare un fondo di fondi di venture capital?

La creazione di più soggetti (potenziando quelli esistenti, per esempio il Fondo italiano, e creandone di nuovi) che poi impieghino le risorse raccolte verso i fondi di venture capital esistenti e verso quelli di nuova creazione è un ulteriore passaggio che riteniamo sia importante per costruire il più velocemente possibile un mercato del venture capital composto da operatori “a mercato”, che siano poi in grado nel medio termine di raccogliere sempre più risorse da investitori istituzionali italiani ma anche internazionali.

EVOLUZIONE DEGLI INVESTIMENTI DI VENTURE CAPITAL IN EUROPA
EVOLUZIONE DEGLI INVESTIMENTI DI VENTURE CAPITAL IN EUROPA
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