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Più petrolio dall’Opec, ma un guasto in Canada frena i ribassi di prezzo

di Sissi Bellomo

(Bloomberg)

3' di lettura

La telenovela delle trattative Opec ha stregato come sempre l’attenzione di tutti negli ultimi giorni, ma non è stata l’unico fattore di influenza per i mercati petroliferi. A migliaia di chilometri da Vienna c’è stato anche un altro evento, ben più prosaico ma determinante per spiegare l’andamento delle quotazioni del barile, che in alcune fasi era sembrato irrazionale.

In Canada c’è stato un guasto importante all’impianto Syncrude, che consente il trattamento delle sabbie bituminose per “trasformarle” in greggio leggero che viene esportato negli Stati Uniti, proprio verso Cushing, il terminal di stoccaggio in Oklahoma che è punto di consegna per il Wti.

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È stato molto probabilmente questo guasto – che col passare del tempo si è rivelato molto più grave di quanto sembrasse in un primo momento – a far impennare di quasi il 5% le quotazioni del greggio americano venerdì, nel giorno in cui l’Opec, comunque si volessero interpretare i termini dell’accordo, aveva deciso di aumentare le forniture.

La reazione dei prezzi era stata spiegata da qualche analista con la delusione rispetto alle attese di un maggiore aumento dell’offerta, altri si erano persi in disquisizioni su barili reali e nominali.

Solo a mercati chiusi è emerso ufficialmente quello che gli insider già sapevano: Syncrude, di proprietà di una joint venture controllata da Suncor Energy, resterà chiuso come minimo fino ad agosto, con una perdita potenziale per il mercato fino a 360mila barili di greggio al giorno.

Una parte di questi barili potrà forse trovare altre vie per uscire dal Canada, ma il Paese soffre di una grave insufficienza nella rete di oleodotti. E sempre venerdì si è interrotta anche un’altra direttrice utile per l’export di greggio canadese verso il Midwest degli Usa: il deragliamento di un treno cisterna nell’Iowa ha messo fuori uso – non si sa ancora fino a quando – una linea della Bnsf, la compagnia ferroviaria controllata da Warren Buffett attraverso Berkshire Hathaway.

Venerdì il greggio Wti era balzato sopra 68 dollari al barile, registrando il maggior rialzo da novembre 2016 (periodo in cui l’Opec si accordava per tagliare l’output insieme alla Russia e non per aumentarlo) e trascinando anche il Brent sopra 75 dollari al barili.

Ieri sui mercati petroliferi sono tornate a prevalere le vendite, in parte perché gli operatori hanno compreso meglio l’azione dell’Opec e dei suoi alleati: sauditi e russi sabato hanno chiarito senza ombra di dubbio di essere decisi a riportare sul mercato un milione di barili di greggio al giorno, se necessario anche a spese dei Paesi che non riescono a produrre di pù, come il Venezuela o in prospettiva l’Iran. Riad in particolare prevede di fornire 250-450mila bg supplementari fin da luglio, mentre Mosca ha indicato che a breve offrirà altri 170-200mila bg.

Le difficoltà nell’export canadese continuano comunque a influenzare il mercato, anche perché le scorte a Cushing stavano già calando da oltre un mese: qualche operatore a questo punto potrebbe non essere in grado di consegnare greggio alla scadenza dei futures.

Il Brent, benchmark internazionale, maggiormente influenzato dalle mosse dell’Opec, ieri ha chiuso a 74,63 $, in calo dell’1,1%, il Wti ha perso lo 0,7% (a 68,08%). Ma soprattutto lo spread tra i due riferimenti di prezzo – che fino alla settimana scorsa superava ancora 10 dollari, al record da tre anni – si è quasi dimezzato. Solo nella seduta di ieri è diminuto di oltre il 15%, arrivando a scendere sotto 5 $, un segnale che dovrebbe penalizzare le esportazioni di greggio «made in Usa».

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