il circolo vizioso

Più poteri, più contenzioso: le riforme rischiano un boomerang

L'eccesso di conflitti rispecchia l'instabilità del Paese e l'assenza di una seconda Camera con funzioni di compensazione

di Francesco Clementi


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l tavolo di lavoro della Conferenza Stato Regioni (Imagoeconomica)

3' di lettura

Da quando la Corte costituzionale, dopo la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, è divenuta sempre più l’arbitro dei conflitti tra lo Stato e le Regioni, quella attribuzione ha assunto un rilievo maggiore.

Questa crescente attenzione si è potuta registrare non soltanto da parte degli studiosi ma anche da parte di coloro che vivono la realtà socio-economica del Paese, i quali, operando e lavorando come soggetti privati con le istituzioni, vivono non di rado quella conflittualità delle competenze (e la conseguente incertezza normativa) come un forte rallentamento - se non un vero e proprio impedimento - al loro quotidiano lavoro nella società e nel mercato.

Ecco perché la misurazione dell’andamento di quel contenzioso è divenuta un’analisi decisiva per valutare lo stato del Paese e della sua dinamicità. D’altronde, questa analisi è misura orizzontale della forza e dell’intensità del dialogo inter-istituzionale tra forma di Stato e forma di Governo, innanzitutto nell’ambito del principio di leale collaborazione. È indice delle scelte e degli effetti politici sulle dinamiche istituzionali, in ragione dei differenti orientamenti che ciascuna Regione normalmente esprime rispetto a quelli nazionali. È espressione, infine, del grado di accentramento o di decentramento che il nostro ordinamento esprime dentro quel dialogo istituzionale e alla luce delle scelte politiche reciprocamente fatte, innanzitutto in virtù di quanto disposto dall’articolo 5 della Costituzione.

Su questa base, dunque, a leggere con attenzione i dati sembrano consolidarsi una serie di elementi riguardo al conflitto fra Stato e Regioni.

In primo luogo, il fatto che, mentre il numero di decisioni della Corte tendenzialmente decresce, il numero di quelle che riguardano proprio il conflitto fra Stato e Regioni tende invece a crescere, in un trend che appare acuirsi proprio in coincidenza con i principali momenti elettorali politici nazionali, soprattutto di fronte a situazioni di stallo. In questo senso, il 2018 è un anno particolarmente interessante in quanto la percentuale delle decisioni della Corte sul conflitto Stato-Regioni rasenta quasi la metà di quelle presentate (il 48,8 %), a dimostrazione del fatto che se c’è uno stallo politico a livello nazionale ne risente anche il dialogo con le autonomie. Si tratta di una forma di instabilità politica poco considerata, che tuttavia incide sull’andamento quotidiano del nostro Paese, anche rispetto alla sua crescita e al suo sviluppo economico. Un fatto che non va mai dimenticato, soprattutto in questi giorni.

    In secondo luogo, la maggiore conflittualità tra lo Stato e le Regioni riguarda la Regione Toscana (153 ricorsi), seguita poi dal Veneto (125) e dalla Puglia (112). Tuttavia, qualitativamente, mentre i ricorsi toscani sembrano incastonarsi dentro una dialettica importante ma non politicamente così rilevante, quelli veneti e quelli pugliesi sembrano essere rappresentativi anche di una certa insofferenza politica, talvolta capace di arrivare a rasentare istanze di tipo identitario, quasi di vera e propria insofferenza alle regole proprie di una cornice tipicamente nazionale.

    In questo quadro, l’aumento delle materie previsto dal progetto di regionalismo differenziato rischia di divenire lo strumento per contribuire a incentivare, pericolosamente, il contenzioso normativo.

    Certo, alcuni potrebbero ritenere che, dando a ciascuno “giusta soddisfazione”, il conflitto non vi sarebbe. Tuttavia, se ciò può essere vero politicamente, non lo è tecnicamente, in quanto la complessità del trasferimento rischia di essere tale da ingenerare un’instabilità che può provocare più conflitti che soluzioni. Situazione che, a oggi, non sembra evitata dai testi finora emersi.

    Il crescente conflitto fra lo Stato e le Regioni è, allora, la conseguenza – non la causa - di incertezze e di instabilità che nascono altrove. Di un’instabilità politica nazionale che, inevitabilmente, si riflette nell’assenza di un necessario confronto duraturo e pluriennale con le Regioni. Della mancanza, poi, di una seconda Camera di compensazione territoriale, capace di trasformare potenziali conflitti normativi in normali conflitti politici, riducendo così pure i costi che oggi l’incertezza determina. Di Regioni, infine, che, in assenza di un modello di autonomia diffusa, di fronte alla specialità altrui, naturalmente sono spinte a chiedere allo Stato di più, aggravando ulteriormente la conflittualità tenuto conto della complessità di tali operazioni.

    Sono anche questi, insomma, i numeri della nostra instabilità.

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