Global View

Più risorse al digitale per creare campioni europei

di Fabrizio Onida

4' di lettura

Il richiamo di Ignazio Visco al fatto che «l’Italia ha risposto con ritardo alla rivoluzione tecnologica» (Considerazioni finali, pag. 11) riflette una particolare sensibilità del Governatore, già dai tempi in cui era capo-economista dell’Ocse e in diversi libri recenti, al ruolo fondamentale degli investimenti in conoscenza e capitale umano nello sviluppo della produttività e del benessere dei Paesi. Una grafico della relazione mostra impietosamente l’Italia in quart’ultima posizione sui 28 Paesi Ue quanto al “grado di digitalizzazione” misurato dall’indice composito Desi, davanti a Bulgaria, Grecia e Romania.

Non è per nulla consolatorio per noi leggere, in documenti recenti della Commissione europea, che a sua volta l’Europa sconta gravi ritardi nella competizione tecnologica con Stati Uniti e Cina (EU industrial policy after Siemens-Alstom. Finding a new balance between openness and protection, 18 marzo 2019 e Competition policy for the digital era, 5 aprile 2019). Ritardi che, nonostante gli ingenti finanziamenti pubblici a programmi come Horizon 2020, continuano a derivare da: a) una insufficiente capacità di trasferire l’indiscussa eccellenza dei migliori centri di ricerca scientifica al mondo dell’innovazione industriale; b) una diffusa cultura accademica giuridico-economica che pone come primo (quasi esclusivo) obiettivo della politica microeconomica la (sacrosanta) politica antitrust in difesa della concorrenza e del mercato, assumendo che le forze spontanee del mercato bastino a selezionare e rafforzare le imprese più competitive sui mercati globali.

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Sulla bocciatura da parte della Commissione antitrust Ue della fusione franco-tedesca Siemens ferroviaria-Alstom non mancano pareri opposti, emersi anche nel seminario Astrid “Le regole della concorrenza e la loro interpretazione nel mercato globale” (Roma, 28 marzo 2019) con relazioni di Mario Libertini, Claudio De Vincenti e altri. Secondo la Commissione, una fusione Siemens-Alstom non avrebbe salvaguardato la concorrenza e creato efficienza nei settori considerati (materiale rotabile e segnalamento del traffico) caratterizzati da diseconomie di scala e decine di sistemi nazionali a rete frammentati. La fusione avrebbe invece favorito rincari monopolistici di prezzo nei sistemi di segnalamento, ostacolando i progetti in corso per costruire in prospettiva una Single European rail area (Sera) e, paradossalmente, inducendo alcuni soggetti privati a rivolgersi a fornitori extra-Ue più competitivi sul prezzo. Inoltre la Commissione non considera (ancora?) l’offerta delle imprese statali cinesi Crsc e Crrc una seria minaccia per la penetrazione del mercato europeo. La commissaria Margrethe Vestager ha comunque ribadito che non è compito dell’Antitrust comunitario «promuovere l’emergere di campioni europei» e che «un’impresa non è in grado di essere competitiva all’estero se non è sottoposta a concorrenza in casa».

Tutto giusto, ma come continuare a difendere le regole fondamentali della politica antimonopolistica e del divieto di aiuti di Stato in un mondo dominato dalla rivoluzione digitale e dall’emergere prepotente di un gigante economico-tecnologico-commerciale come la Cina, a 20 anni dal suo ingresso nella Organizzazione mondiale del commercio? Il rumore dello scontro fra partiti sovranisti e fautori di una maggiore integrazione europea nella recente campagna elettorale ha rimosso questo tema su cui il prossimo Parlamento e la prossima Commissione Ue dovranno confrontarsi.

La stessa Commissione riconosce che, al di là del caso Siemens-Alstom, il nuovo mondo digitale presenta caratteristiche nuove che sarebbe miope trascurare, tra cui: enormi economie di scala (nei servizi più che nei manufatti); esternalità di rete da cui dipendono vantaggi di posizione dei maggiori protagonisti (incumbent); ruolo cruciale dell’accesso ai big data.

Per fronteggiare il rapidissimo avanzamento della Cina come global player nelle nuove tecnologie non bastano azioni difensive, né la politica della concorrenza: l’Europa deve recuperare gravi ritardi nella digitalizzazione del settore pubblico e privato. In molte aree tecnologiche in cui l’Europa ha già posizioni avanzate (aeronautica, sanità, biotecnologie, Internet delle cose, logistica avanzata...) bisogna accompagnare gli assai diffusi incentivi alle giovanissime startup con fondi mirati alla fase di crescita (scaleup). La scarsità di Fondi mirati allo scaleup e ritardi nella Capital markets union spiegano anche perché gruppi europei di primario valore vengono acquisiti da Fondi non europei. Tra il 2007 e il 2017 i gruppi europei nella lista Fortune 100 sono passati da 42 a 28. Solo 5 dei top 100 unicorn (valore superiore a 1 miliardo di dollari) sono europei e il primo di loro è 56esimo.

Non servono solo campioni europei, in molti casi servono collaborazioni temporanee o consorzi societari per raggiungere obiettivi comuni, magari nell’ambito degli Ipcei (Important projects of common European interest) previsti dall’art. 107 del Treaty on the functioning of the European union (Tfue), ma solo nel 2018 avviati dalla Commissione per incanalare investimenti verso progetti di largo respiro, altamente innovativi con ricerca transnazionale, capaci di produrre crescita di posti lavoro e produzioni competitive nel settore privato scoraggiato dagli alti rischi di mercato e dalle difficoltà nella cooperazione imprenditoriale internazionale. Purtroppo solo uno (Microelettronica) è finora partito, lanciato nel dicembre 2018 (nella rivoluzione digitale sono tempi biblici!).

Certamente gli ostacoli alla crescita dimensionale dei campioni europei nascono dall’assenza di un vero mercato unico (regimi regolatori, standard tecnici), ma anche dalla tiepidezza dei governi e delle rappresentanze imprenditoriali nei confronti di una moderna e disincantata politica industriale comunitaria. Sul disegno degli Ipcei e sulla partecipazione italiana torneremo in un prossimo articolo.

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