CENSIMENTO ISTAT sulle imprese

Più servizi, meno debiti. Al Nord innovazione e spinta oltreconfine

Tra 2011 e 2018 occupazione trainata dai servizi. L’industria riduce il proprio peso ma le dimensioni medie aziendali aumentano.

di Luca Orlando

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(gui yong nian - Fotolia)

Tra 2011 e 2018 occupazione trainata dai servizi. L’industria riduce il proprio peso ma le dimensioni medie aziendali aumentano.


6' di lettura

Più grandi e meno indebitate. Ma anche inferiori nel loro numero e impegnate solo per una parte minoritaria sui mercati internazionali. Con la variabile dimensionale ad essere sempre più discriminante in termini di innovazione, formazione, internazionalizzazione.

I primi risultati del censimento Istat, terminato quattro mesi fa, permettono di dare una lettura approfondita e non banale degli effetti della grande crisi che ha attraversato il sistema produttivo nazionale, trasformazione evidente guardando anzitutto al cambiamento della struttura intervenuto tra 2011 e 2018.

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Crescita, non per tutti
L’analisi, effettuata su un campione esteso di 280mila imprese, fornisce anzitutto prime risposte in termini strutturali. Le aziende si riducono di 13mila unità, un calo dell’1,3% che si confronta invece con una crescita speculare degli addetti, 160mila in più. A differenza di quanto accaduto nel decennio precedente si riducono soprattutto le micro-imprese (3-9 addetti), segnalando un aumento della stazza media del sistema: il peso occupazionale delle aziende con oltre 250 addetti sale di oltre un punto al 28,3%.

Crescita concentrata tuttavia nei servizi, mentre l’industria perde terreno sia in termini numerici (dal 20,7% al 18,9%) che occupazionali, cedendo nel periodo quasi 200mila unità. Occupati globali che crescono dunque grazie ai servizi, comparto che nell’arco di un ventennio aggiunge 158mila imprese e due milioni di addetti, mentre nello stesso periodo l’industria ne cede oltre un milione, a cui si aggiunge l’emorragia di 220mila persone nelle costruzioni. Se dunque nel 2001 i servizi davano lavoro a 51 addetti su 100, oggi tale quota è lievitata al 64%. Tra i 67 i comparti in cui gli occupati si sono ridotti di oltre il 10% prevalgono quelli industriali, in particolare elettronica, legno, lavorazione dei minerali non metalliferi.

In generale il triennio 2016-2018 ha visto una ripresa decisa dell’occupazione, con un ruolo determinante svolto dalle assunzioni a tempo indeterminato. Tra i principali ostacoli all’aumento dell’organico un’impresa su due lamenta un costo del lavoro eccessivo ma al crescere della dimensioni il nodo diventa soprattutto al difficoltà nel reperire competenze adeguate. Anche qui, ad ogni modo, la dimensione diventa fattore chiave: ad investire in formazione non obbligatoria è un quinto del campione, che sale a quattro quinti per le aziende maggiori.

IMPRESE E ADDETTI

Valori assoluti e percentuali. (Fonte: Istat)

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Il peso della famiglia
Il controllo diretto della persona fisica o della famiglia imprenditoriale è ancora prevalente e riguarda i tre quarti del sistema, con pesi tuttavia fortemente decrescenti all’aumentare della stazza aziendale. Per converso, se la presenza di manager ai vertici è residuale per le Pmi (solo il 5% delle aziende tra 10 e 49 addetti), sale oltre il 21% per le realtà maggiori, oltre i 250 addetti. Sistema comunque in decisa trasformazione, come testimonia il fatto che nel periodo 2013-2018 quasi un’azienda su dieci ha dovuto affrontare una fase di passaggio generazionale.

Le strategie di sviluppo
A sperimentare cambiamenti di processo, prodotto o mercato è stata una parte minoritaria del sistema, il 34,6% delle imprese, con la strada delle modernizzazione tecnologia ad essere la più battuta. Processi innovativi più frequenti al Nord ma soprattutto legati alle dimensioni: sono stati adottati solo dal 30,9% nel caso di aziende tra 10 e 49 addetti, dal 73,9% per chi ha supera quota 250. Percorsi innovativi che naturalmente si legano ad investimenti, effettuati dal 90,7% delle imprese “attive” in queste strategie, con interventi che si concentrano in particolare sul capitale umano.

Globalizzazione per pochi
Anche se l’export ha rappresentato il salvagente principale per superare la lunga crisi della domanda nazionale, il mercato di riferimento prioritario è ancora quello locale, con quattro aziende su dieci (tra le 88mila con almeno 10 addetti) ad operare al massimo in ambito regionale. Un quarto del campione opera in tutta Italia, il 31% anche oltreconfine. Media fortemente influenzate dalla geografia, con il mercato locale riferimento per il 50-70% delle imprese del centro-sud, mentre all’estremo opposto per Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Veneto, Trentino Alto-Adige e Piemonte il mercato estero coinvolge il 38-40% delle aziende.

AL NORD È MAGGIORE LA PROIEZIONE INTERNAZIONALE

Estensione del mercato di riferimento . (Fonte: Istat)

AL NORD È MAGGIORE LA PROIEZIONE INTERNAZIONALE

I primi passi verso il mondo 4.0
Alla luce delle profonde trasformazioni tecnologiche in atto, Istat ha deciso di dedicare uno spazio ad hoc all’introduzione delle tecnologie digitali, ottenendo risultati non del tutto confortanti. Se è vero infatti che i tre quarti delle aziende hanno adottato nel periodo 2016-2018 almeno una delle 11 tecnologie abilitanti possibili (tra cloud e Iot, big data e robotica, manifattura additiva e software di connessione), solo un numero limitato di aziende si spinge verso numeriche interessanti, con la maggiore frequenza (90mila sulle 210 mila analizzate per questo campione) ad arrivare a quota tre, appena 30mila riescono a spingersi a sei o più applicazioni. E guardando in particolare alle tecnologie più sofisticate (Iot, realtà virtuale/aumentata, big data, automazione avanzata, simulazione e stampa 3D), ad adottarne almeno una è ancora solo il 16,6%.

Anche qui a contare è la dimensione, con investimenti digitali adottati dalla quasi totalità della aziende più strutturate, che arrivano quasi 25 punti oltre il livello delle imprese tra 10 e 19 addetti.

Primi passi digitali visibili anche in termini di vendite, con il web adottato come canale di sbocco dal 10% delle imprese. Vendite che Istat stima in 44 miliardi di euro, cifra rilevante in termini assoluti ma ancora limitata al 2,4% dei ricavi.

ADOZIONE DI TECNOLOGIE DIGITALI

Numero di imprese in migliaia

ADOZIONE DI TECNOLOGIE DIGITALI

Meno banche, più autofinanziamento
Che sia per necessità (rubinetti chiusi dopo la grande crisi e il boom delle sofferenze) o per convinzione strategica, uno dei cambiamenti più rilevanti è il minore peso dell’’indebitamento bancario nei conti delle imprese. Il ricorso all’autofinanziamento come principale forma di provvista (ora al 74,5%) aumenta nel periodo del 14,1% e a farne le spese sono i debiti a breve e a medio lungo termine con le banche.

Produzione all’estero
A realizzare all’estero almeno parte della produzione è il 2,8% delle imprese, nella maggior parte dei casi attraverso forme “soft” di accordi o contratti, mentre il restante 35% sviluppa oltreconfine investimenti diretti. Per andare dove? Per poco meno di un terzo di queste imprese la produzione estera è una piattaforma per esportare in quel paese o in paesi terzi ma per una quota anche più significativa (32,7%) questi prodotti o componenti vengono invece importati in Italia. Situazione questa ancora più frequente per chi produce in Cina. Il 43,9% di chi ha investito a Pechino in modo diretto riporta prodotti in Italia per vendite finali, il 22,5% per utilizzi intermedi. Strategie che in questi giorni sono evidentemente messe a dura prova dallo stop produttivo indotto dalle quarantene legate alla diffusione del coronavirus.

La sostenibilità
I due terzi del campione svolge attività per ridurre l’impatto ambientale, il 69% per migliorare il benessere lavorativo. Anche qui è rilevante la dimensione, con le grandi imprese ad essere le più attive in tutte le tipologie di azioni sostenibili, anche per effetto degli obblighi di legge più stringenti.

La sintesi
Incrociando le diverse strategie aziendali (ad esempio di investimento e internazionalizzazione), Istata ha classificato le aziende sulla base del loro grado di dinamismo, ottenendo dati almeno in parte confortanti. Nella “casella” migliore (altro dinamismo) vi è infatti solo il 17% delle aziende di oltre 10 addetti, realtà che tuttavia valgono il 40% degli addetti e oltre la metà del valore aggiunto nazionale. Aziende concentrate in Lombardia, Piemonte e Lazio, con Milano Bologa e Torino apripista in termini di singole province. Dinamismo tuttavia accesibile anche alle Pmi, tebnendo conto che il 27% di loro si trova in questa modalità, dunque nella fascia alta del sistema. Dinamismo, mostrano le tabelle Istat, che non a caso si lega con risultati migliori in termini di produttività del lavoro, forse il maggiore cruccio della nostra economia.

I commenti
«Ciò che emerge è che la sostenibilità è diventata un valore per competere - spiega Carlo Robiglio, presidente della Piccola Industria di Confindustria - ma più in generale in questi dati vedo il racconto di una trasformazione in cui mi ritrovo. Davanti alla lunga crisi 2008-2013 che ha profondamente trasformato il tessuto produttivo italiano c’è stata una forte reazione e la aziende hanno avviato un evidente processo di cambiamento, che deve proseguire. Insistendo sulla managerializzazione della struttura, sull’upgrade delle competenze, sull’apertura al mercato dei capitali».

«Questi dati - aggiunge l’ad di Borsa Italiana Raffaele Jerusalmi - rappresentano per noi una fonte informativa preziosa nella nostra attività di aiuto alle aziende nell’approccio al mercato dei capitali. Ma più in generale direi che sono particolarmente preziosi per il Governo, per permettergli di disegnare in modo efficace la propria politica economica, guardando alla realtà del sistema e ai bisogni espressi dalle imprese».

Una priorità d’azione riguarda la digital economy - spiega il vice presidente di Unioncamere Leonardo Bassilichi - perché la sua diffusione è ancora limitata rispetto alle potenzialità del nostro sistema produttivo. Occorre accelerare i tempi della transizione digitale: innalzando la cultura digitale delle imprese; sviluppando competenze digitali direttamente in azienda; usando la leva dei nostri giovani per le nuove professioni e per rinnovare le competenze della old economy; diffondendo la consapevolezza delle imprese sui vantaggi delle tecnologie 4.0».

«Quello che abbiamo raggiunto con questo censimento - spiega il presidente Istat Gian Carlo Blangiardo - è un traguardo notevole in tema di tempestività e profondità di analisi. Una rilevazione che raccoglie informazioni su tutti i principali ambiti strategici dell’impresa, che si integra con i nostri registri statistici, che è in grado di seguire nel tempo strategie e fenomeni emergenti».

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