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Più soldi e una carriera all’estero: ecco cosa cercano gli italiani

di Gianni Rusconi

(EPA)

3' di lettura

Circa 10mila lavoratori dell’area Emea, di cui un migliaio in Italia, divisi per fasce di età e di sesso: questo il campione preso in esame da una recente indagine condotta (per conto di LinkedIn) dalla società di ricerca Mortar e finalizzata a raccogliere la percezione legata alle future prospettive di impiego, alle competenze necessarie per avere successo e alle aspettative di stipendio. Il dato di sintesi che riguarda i manager, i professionisti e gli addetti del nostro Paese che hanno partecipato al sondaggio è per certi versi sorprendente e preoccupante al tempo stesso: ben l’86% degli intervistati, infatti, conferma di desiderare una nuova opportunità di carriera rispetto a quella attuale e ad aspirare a un nuovo impiego (lo dice il 90% del cluster in questione) sono in modo particolare i rappresentanti della generazione Millennial, e quindi individui fra i 24 e i 38 anni.

Una sorta di plebiscito al cambiamento dunque, senonché solo il 37% dei lavoratori italiani ritiene di possedere le competenze adatte per «fare il grande salto», mentre il 54% ammette di averne solo qualcuna e di doversi assolutamente preparare in maniera diversa per poter affrontare nuove sfide professionali. Rimanendo sempre al campione nostrano, poco più della metà (il 54%) dei profili oggetto di indagine è dell’idea che il proprio lavoro esisterà ancora tra 20 anni, mentre poco meno di un terzo (il 29%) crede che la propria figura professionale rimarrà solo in parte simile nelle proprie caratteristiche a quella attuale.

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Come prevedibile, questo senso di sicurezza è più marcato tra i giovani della generazione Z (dai 18 ai 23 anni) già oggi impegnati in lavori inesistenti fino a qualche anno fa, mentre decresce tra i più adulti (dai 39 ai 53 anni). In linea generale emerge chiaramente come oltre la metà degli addetti (il 58% per la precisione) consideri le mansioni di oggi più complesse e difficili rispetto al passato e come questa percezione aumenti proporzionalmente con l’avanzare dell’età, anche in relazione alle maggiori e diverse competenze (soprattutto per ciò che concerne l’utilizzo di sistemi informatici di base e dei social network) e responsabilità richieste oggi in ambito professionale.

Va da sé, di conseguenza, che l’89% dei professionisti italiani - sebbene ritenga la laurea l’attestato più importante per avere una buona carriera e quindi un buon salario - giudichi necessario acquisire nuove competenze una volta terminato il percorso universitario per inserirsi al meglio nel mondo del lavoro (il 91% conferma in particolare il proprio interesse per eventuali proposte di corsi di aggiornamento).

Capitolo stipendio, infine. A detta del 37% dei professionisti interpellati nella ricerca, il compenso adeguato per condurre uno stile di vita accettabile oscilla tra 30 e i 49mila euro l’anno mentre il 36% del campione ha dichiarato di guadagnare attualmente meno dei propri genitori (percentuale che sale al 44% nel caso delle professioniste in rosa) e il 14% ammette di avere bisogno di un aiuto economico da parte della famiglia. In questo contesto, e secondo gli autori del rapporto si tratta di un altro dato sorprendente, il settore preferito dai lavoratori del Belpaese per arrivare a guadagnare di più non è quello legale, medico o accademico bensì quello della tecnologia, che cattura il 30% delle preferenze, seguito dalla finanza (citata nel 18% delle risposte).

Un professionista su due (circa il 55%), inoltre, pensa che trovare occupazione all’estero sia il miglior modo possibile per ottenere un salario maggiore e fra chi è disposto ad emigrare sono le donne (il 56%, rispetto al 53% degli uomini) a credere maggiormente nelle possibilità di carriera e di impiego offerte al di fuori dei confini nazionali. «La fotografia che emerge da questa analisi - questo il commento di Marcello Albergoni, Head of Italy di LinkedIn - offre uno spaccato importante su cui riflettere, perché il fatto che le nuove generazioni non riescano a essere completamente autonome in termini economici e non siano pienamente soddisfatte in termini lavorativi è un campanello d’allerta da non sottovalutare». Dalle aziende e dalle istituzioni tutte.

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