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Più soldi meno petrolio. Lo shale oil ora è nel mirino di fondi attivisti

di Sissi Bellomo


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(Ansa)

3' di lettura

I rialzi del petrolio hanno riacceso l’irrazionale esuberanza dello shale oil. Ma Wall Street oggi sta cercando di imbrigliarla: un numero crescente di investitori ha iniziato a fare pressioni sui frackers perché smettano di sacrificare la redditività in nome della produzione.

Protagonisti della rivolta sono nomi celebri dell’attivismo come Elliott Management , che dopo aver convinto Bhp Billiton a disfarsi delle attività petrolifere negli Usa ieri ha riaperto le ostilità contro Hess Corp (compagnia di cui aveva già rivoluzionato strategie e board nel 2013) o come Carl Icahn, che da qualche settimana dà battaglia per evitare che SandRidge Energy acquisti Bonanza Creek, una società concorrente attiva nella stessa area di shale del Colorado.

I professionisti dell’attivismo non sono isolati. Molti fondi stanno spalleggiando le loro azioni. E più in generale un numero crescente di investitori – gli stessi che hanno finanziato e in molti casi continuano a finanziare i frackers – si sta muovendo nella stessa direzione.

Nel settore dello shale oil si tratta di un fenomeno inedito, che – sebbene tuttora circoscritto – sta prendendo piede rapidamente in vista delle assemblee degli azionisti, che si terranno nel prossimo trimestre.

Se le pressioni si rivelassero efficaci, potrebbero mettere finalmente un freno agli eccessi di compagnie che quasi sempre vantano successi strabilianti in termini di produzione, ma risultati disastrosi sul fronte finanziario.

Secondo le ultime previsioni governative gli Stati Uniti grazie allo shale oil sono avviati ad estrarre una media di 10 milioni di barili di greggio al giorno nel 2018, il massimo dal 1970 (nel 2017 è attesa una media di 9,2 mbg). Le esportazioni – vietate fino a due anni fa – hanno raggiunto picchi intorno a 2 mbg.

Dal 2007 a oggi tuttavia i protagonisti dello shale hanno speso 280 miliardi di dollari più di quanti ne abbiano generati, stima Evercore Isi. Nello stesso periodo il loro valore in Borsa si è ridotto di circa un terzo, a fronte di un rialzo dell’80% per l’S&P500.

Una dozzina di azionisti di queste compagnie, scrive il Wall Street Journal, hanno tenuto un incontro riservato a Manhattan lo scorso settembre. Scopo della riunione: confrontarsi sulle strategie per convincere i frackers a fare soldi, oltre che petrolio.

Tra i partecipanti c’erano grandi fondi, come Invesco, che di recente ha fatto pressioni su Devon Energy (di cui ha il 5%), ottenendo un impegno a pagare dividendi e dismettere alcuni asset. Il quotidiano americano cita inoltre la presenza all’evento di Sailing Stone Capital Partners e Neuberger Berman Group e Macquarie (quest’ultima con un analista incaricato di moderare).

Segnali di insofferenza degli investitori sono già visibili: i fondi azionari focalizzati sull’energia hanno registrato flussi negativi per 800 milioni di dollari nei primi 11 mesi di quest’anno, secondo Epfr Global (nel 2016 erano positivi per oltre 6 miliardi).

I frackers non sembrano comunque in difficoltà nel raccogliere denaro. Anzi. Quest’anno hanno collocato obbligazioni per 60 miliardi di dollari, il 28% in più rispetto all’intero 2016, e azioni per 2,93 miliardi, il doppio dell’anno scorso.

Fiumi di denaro continuano ad arrivare anche dai fondi di private equity: 20,26 miliardi di dollari in deal legati all’energia nei primi tre trimestri, secondo Thomson Reuters. Solo giovedì Warburg Pincus , insieme a Yorktown Partners e Pine Brook, ha investito ben 780 milioni di dollari in una start up petrolifera chiamata Atx Energy Partners.

I fondi tuttavia stanno diventando sempre più insistenti nel cercare di influenzare le scelte del management. La spinta all’attivismo in alcuni casi è arrivata con il fallimento della società di shale oil a cui avevano prestato soldi, che li ha fatti passare dal ruolo di creditore a quello di azionista: almeno una dozzina di società quotate sono oggi in mano a fondi specializzati in distressed debt. Tra questi ci sono Fir Tree Partners e Strategic Value Partners, che di recente sono riusciti a imporre un cambio di rotta alle strategie di alcuni fracker.

Per i fondi attivisti azioni del genere sono «business as usual». Elliott Management, che possiede il 6,7% di Hess Corp, stavolta punta in alto: insofferente per le performance di borsa (-30% quest’anno) il fondo non solo insiste per ulteriori dismissioni e per un buyback, ma a quanto si dice sta spingendo per la rimozione del ceo John Hess, figlio del fondatore della compagnia (oltre che socio col 10%).

Difficile anche la battaglia di Carl Icahn all’interno di SandRidge. Il finanziere è diventato il primo azionista, salendo al 13,5%, e ora – in alleanza con Fir Tree – si oppone all’acquisto di Bonanza Creek per evitare che la società, fresca di Chapter 11, accumuli troppi debiti. Ma SandRidge sta facendo resistenza.

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