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Più sostenibilità per l'industria dei filati

di Silvia Pieraccini


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3' di lettura

Tra i produttori di filati l’attenzione alla sostenibilità ambientale è oggi (quasi) scontata; quello che è meno scontato è la strada da imboccare per rispondere alle richieste delle aziende di moda, che sempre più spesso inseriscono nei capitolati di produzione il rispetto di requisiti stringenti e diversi, che riguardano il prodotto, il processo produttivo o entrambi, e che si rifanno a standard internazionali o locali, che inseguono obiettivi lontani o a portata di mano. Ecco allora ecco il fiorire di certificazioni, protocolli, campagne, rapporti, collezioni e annunci che fino a oggi hanno disorientato, più che aiutato, il consumatore finale. All’ultimo Pitti Filati, la fiera dei produttori di filati per maglieria che si è chiusa sabato scorso a Firenze, il moltiplicarsi delle strade si è toccato con mano.

La biellese Zegna Baruffa Lane Borgosesia, una delle più grandi aziende italiane di filati, specializzata nella lana, ha annunciato che – per la prima volta nel settore – quest’anno realizzerà il bilancio di sostenibilità 2017 certificato da Deloitte, che sarà pubblicato in contemporanea al bilancio d’esercizio. «In questo modo rendiconteremo nel dettaglio l’impatto delle azioni già avviate in termini di sostenibilità sociale e ambientale, definendo anche gli obiettivi di breve e lungo termine», spiega l’azienda precisando che il bilancio di sostenibilità sarà redatto secondo le linee guida Gri (Global reporting initiative), conformi alla direttiva europea.

Non un bilancio ma un report di sostenibilità è quello che ha pubblicato (anche sul proprio sito) il Lanificio Pecci di Prato, che ha fatto analizzare campioni di filato dal laboratorio Buzzi per certificare la presenza o meno di sostanze come cadmio, piombo, mercurio, composti perfluorurati, alchilfenoli etossilati.

I parametri di riferimento sono le linee guida internazionali per l’elaborazione del bilancio di sostenibilità secondo gli standard Gri e lo standard Iso 26000. È il primo risultato dell’adesione al progetto 4sustainability, spiega l’azienda pratese – il network italiano nato per accompagnare le aziende della filiera nel percorso verso la sostenibilità, al quale aderiscono diverse aziende di filati del distretto tessile di Prato: oltre a Pecci, Filpucci, Industria italiana Filati, Pinori, Lanificio dell’Olivo e New Mill. «È un’azione per migliorare il processo aziendale – sottolinea Pierluigi Marrani, amministratore delegato di Pecci Filati –. In pratica facciamo un controllo dei materiali in entrata per verificare gli scostamenti rispetto ai parametri a cui tendiamo». Ma quali sono i parametri da rispettare? Anche qui gli obiettivi (e le certificazioni) delle aziende divergono. I parametri più rigidi sono quelli fissati dal protocollo Detox di Greenpeace, che prevede l’eliminazione totale, entro il 2020, di una lunga serie (11 gruppi) di sostanze chimiche dalle produzioni destinate al settore abbigliamento, e che ha trovato terreno fertile proprio nel distretto di Prato (si veda Il Sole 24 ore del 12 febbraio 2016): tra i produttori di filato vi hanno aderito il Lanificio dell’Olivo, Bemiva, Pecci, Pinori, Biagioli Modesto, Papi Fabio, Manifattura Lane Ilaria, Industria italiana Filati e New Mill. Tutti concordano sul fatto che aver posto degli obiettivi così “alti” ha stimolato la filiera, ma sollecitano alleanze più strette col mondo della ricerca, della chimica, della tecnologia, dei produttori di cotone e degli allevatori di pecore.

Il rispetto dell’ambiente è un tema che sta a cuore anche alle aziende che producono filati riciclati, segmento in cui abbondano le certificazioni, da Grs-Global recycled standards a Gots-Global organic textile standard al marchio Cardato Recycled della Camera di commercio di Prato. Il risultato è che su filati e depliant abbondano simboli, marchietti, loghi e figurine che dovrebbero far capire a clienti e consumatori l’attenzione delle aziende alla sostenibilità. Un’attenzione che – lamentano i produttori – è ormai diventata imprescindibile sul fronte commerciale, ma che difficilmente viene remunerata dal mercato.

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