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Più sport in carcere per agevolare il reinserimento di chi ha scontato la pena nella società civile

Sottoscritta una convenzione fra Sport e Salute Spa e Fondazione Nicola Irti, con l’obiettivo di migliorare il benessere psico-fisico dei detenuti, incrementare l’offerta sportiva e formativa negli istituti penitenziari con un programma affidato a tecnici e allenatori qualificati

di Andrea Carli

Da sinistra a destra, il presidente e ad di Sport e Salute Vito Cozzoli e Natalino Irti, presidente della Fondazione Nicola Irti

3' di lettura

Il punto di partenza è quello più solido: la Costituzione della Repubblica italiana. E in particolare l’articolo 27, terzo comma: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

È tutto in questo passaggio il senso dell’iniziativa che è stata presentata nella sala conferenze dello Stadio Olimpico di Roma: la sottoscrizione di una convenzione fra Sport e Salute Spa e Fondazione Nicola Irti. Protagonista di primo piano, lo sport, inteso anche e soprattutto nella sua capacità di formare al gioco di squadra, all’inclusione, all’appartenenza a uno stesso gruppo.

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La convenzione va nella direzione del protocollo d’intesa sottoscritto il 12 febbraio dello scorso anno tra Sport e Salute e il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. L’intesa sottoscritta giovedì 7 luglio, che riguarda per ora le carceri di Lazio e Abruzzo, ha l’obiettivo di migliorare il benessere psico-fisico dei detenuti, incrementare l’offerta sportiva e formativa negli istituti penitenziari con un programma affidato a tecnici e allenatori qualificati, rendere gli istituti penitenziari autonomi nelle attività sportive attraverso la realizzazione di percorsi di formazione e la dotazione di strutture.

La sottoscrizione della convenzione ha fornito l’occasione al presidente e ad di Sport e Salute, Vito Cozzoli, di fare il punto su quanto è stato fatto. «Dalla fotografia al 31 dicembre 2021 realizzata insieme al DAP, 172 Istituti su 189 hanno un progetto di attività sportiva attivo, che coinvolge circa 25.989 detenuti, più o meno la metà della popolazione carceraria. L’obiettivo comune - ha continuato Cozzoli - è sostenere oltre 100 progetti di attività sportiva in carcere. Interverremo inoltre per infrastrutturare almeno 50 spazi ricreativo/sportivi in carcere».

Cozzoli (Sport e Salute): sport strumento per il reinserimento dei detenuti

La sottoscrizione dell’intesa ha fatto da contesto al convegno “Rieducare-Lo sport come strumento di dialogo”, aperto dal discorso da Cozzoli. «La comunità si basa sulle persone e lo sport ha una straordinaria capacità di promuovere la comunità - ha sottolineato il presidente e ad di Sport e Salute -. Vogliamo promuovere un modello di società in cui lo sport sia una reale protezione sociale e civile per tutti a prescindere da età, condizioni economiche e sociali. È un modello di comunità sportiva inclusiva, che vogliamo promuovere in ogni parte del Paese. Un modello culturale». Il tutto sulla base della considerazione che lo sport sia «uno strumento fondamentale per il reinserimento dei detenuti. Stiamo rilanciando il nostro modello territoriale, perché dobbiamo intercettare il disagio sociale». Si delinea così una nuova strategia, finalizzata al reinserimento nella società civile di chi ha sbagliato, e cerca una seconda opportunità. «Le politiche pubbliche non possono fermarsi alle mura degli istituti penitenziari - ha ricordato Cozzoli - e le attività ricreative, compreso lo sport, sono uno dei pilastri della rieducazione del condannato. Rieducare con lo sport non vuole essere uno slogan, ma una reale opportunità».

Irti: lo Stato condanna, ma è lo Stato a dover rieducare

«Con Cozzoli abbiamo subito tracciato le linee della nostra collaborazione - ha detto Irti -. Lo Stato condanna, ma è lo Stato a dover rieducare. Solo l’obbligo di rieducare può giustificare il potere di punire un condannato da parte dello Stato. Lo sport è regole e libertà insieme».

Renoldi (Dap): costruire percorsi di condivisione culturale

Le conclusioni sono state affidate a Carlo Renoldi, capo dell’Amministrazione penitenziaria, ministero della Giustizia. «L0a rieducazione, come la solidarietà, non è altruismo buonista - ha messo in evidenza -. La rieducazione come preciso impegno dello Stato. Una nuova opportunità di riscatto anche quando è difficile realizzare l’integrazione e il dialogo tra il modo della società libera e quello degli istituti di detenzione. Un’integrazione che è la premessa di qualsiasi inserimento». Di qui, la conclusione, che è allo stesso tempo una linea da seguire: «Bisogna costruire percorsi di condivisione culturale». Nel dna dello sport c’è la capacità di abbattere le barriere culturali. Un carcere diverso diventa così possibile, più orientato sul recupero e sul coinvolgimento di chi ha sbagliato e cerca una seconda opportunità.

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