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Platì e San Luca, feudi no vax per sfiducia verso lo Stato

«Sono zone in cui lo Stato spesso ha abdicato al suo ruolo e solo lo Stato può garantire il diritto alla salute», ha commentato il presidente regionale Occhiuto

di Carlo Marroni

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4' di lettura

Essere in cima alla classifica dei Comuni meno vaccinati d’Italia, specie nel mezzo della turbolenza della quarta ondata, è dura. E lo ancora di più diventare “zona rossa” quando praticamente nessuno lo è, al massimo ci sono degli arancioni. A Platì, paese calabrese del reggino, 3.746 residenti, risultano vaccinati con la prima dose in poco più di mille. Il 28,6% (dati a sabato, ora forse risaliti di qualche frazione), percentuale che crolla al 3,6% per il booster. Basta, ha detto il presidente della Regione Roberto Occhiuto, in carica da poco più di due mesi: Platì va in zona rossa, e non solo per i contagi che salgono, ma proprio per la bassissima vaccinazione (percentuale nazionale 79%).

Occhiuto: solo la Stato può garantire il diritto alla salute

«Sono zone in cui lo Stato spesso ha abdicato al suo ruolo e solo lo Stato può garantire il diritto alla salute», ha detto Occhiuto, che ha fatto l'annuncio ieri a Radio24, intervistato da Simone Spetia. «Sono contrario ad ogni restrizione di libertà per i vaccinati. Abbiamo chiesto agli italiani e ai calabresi di vaccinarsi, e chi sceglie la scienza non può pagare per i comportamenti altrui. Non vaccinarsi è una libera scelta, che giudico irresponsabile, ma questa libera scelta ha delle conseguenze. Per questo ho chiesto al governo la possibilità di fare un lockdown selettivo per i no vax. Non possiamo correre rischi a causa di una minoranza: i non vaccinati stiano a casa», ha detto, aprendo una strada regionale fino ad oggi non percorsa.

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Platì è in un'area considerata ad altissima densità di ‘ndrangheta, assieme a San Luca – nota è la Faida, esportata a Duisburg nel 2007 con la tristemente nota “strage di Ferragosto” – e altri piccoli centri. «Dove c'è meno Stato c'è meno senso civico, anche per i vaccini. Ma lo Stato deve essere forte proprio in queste zone e deve essere duro quando serve specie dove è forte qualche altro potere», aggiuge Occhiuto. Insomma, la “dottrina-Pfizer” (o Moderna) che salva vite e permette al paese di marciare, irrompe nel cuore di aree dove lo Stato fatica sempre, e le divise, anche quelle degli ufficiali medici o dei sottufficiali infermieri, sono viste qualche volta con sospetto.

Percentuale di vaccinati inferiore alla metà della regione

A San Luca la percentuale di vaccinati è del 37%, meno della metà della quota dell'intera Calabria, che viaggia per l'intero ciclo al 76%: nei 10 giorni di gennaio le prime dosi sono state 37mila, l'incremento maggiore in Italia, ad ogni medico di base calabrese vengono riconosciuti 25 euro di premio per le prime dosi, un “bonus no-vax”.

Ma cosa è successo fino ad oggi a Platì, allora? «C'è stata ritrosia per una cattiva informazione. Non c'è un nesso con la presenza della criminalità, qua non è solo ‘ndrangheta, è un fatto culturale», dice il sindaco Rosario Sergi, che assicura stretta collaborazione con la Regione e con il parroco, don Santino, che nelle omelie incita i fedeli a farsi iniettare la dose e attacca locandine sì-vax.

Presidi vaccinali aperti e poi disertati

Una sferzata contro l’assenza di vaccinati era stata data a dicembre da Occhiuto con l’apertura di un hub vaccinale, che dopo il primo giorno (40 dosi) era stato disertato. Qualche spiegazione arriva dal sindaco di San Luca, Bruno Bartolo, secondo cui le percentuali spesso non dicono la verità: circa 300 persone, poco men del 10% del totale - ha obiettato - risiede all'estero. Ma il problema resta. «Si deve partire da uno sforzo educativo, e da lì discende un abbraccio verso la legalità, per far comprendere che essere cittadini significa in questa fase anche vaccinarsi», spiega don Ennio Stamile, sacerdote di solida formazione teologica e da qualche anno in prima linea come referente per la Calabria di Libera, l'associazione fondata da don Luigi Ciotti per la lotta alle mafie.

Ma coma va sul resto del territorio? Non è solo Platì a soffrire di una struttura sanitaria largamente deficitaria: «Ho ereditato una situazione disastrata – commenta Occhiuto – ma molto stiamo già facendo, si lavora su obiettivi precisi». Gli effetti, dopo 12 anni di commissariamento, sono drammatici: un disavanzo di 113 milioni, livelli essenziali di assistenza giudicati sotto la soglia, una migrazione sanitaria verso il Nord che svuota le casse della Regione per oltre 200 milioni di euro, ospedali e presidi territoriali spesso smantellati, ma in qualche caso stanno riaprendo. Un contesto che ha dovuto affrontare dal 2020 l’emergenza Covid, e nel 2021 l’avvio della campagna vaccinale.

Nella primavera dello scorso anno, a Cosenza, la Difesa - attraverso il braccio operativo Covi (ex Coi) - aveva allestito un ospedale da campo per 43 posti e letto e terapia sub-intensiva, poi trasformato in centro vaccinale e laboratorio molecolare. L’esperienza non è durata molto, cinque mesi, poi per la scarsa frequentazione da parte dei cittadini (a causa forse anche della compresenza delle strutture sanitarie tradizionali) ha chiuso i battenti, non prima di aver somministrato 30mila dosi. Ora la Difesa agisce sul territorio calabrese - anche nell’area di Platì e San Luca - con cinque presidi vaccinali mobili, soprattutto per raggiungere luoghi impervi e persone con scarsa mobilità: in questi casi quindi la valutazione è più qualitativa che quantitativa (i nove presidi attivi da aprile a settembre scorso hanno iniettato quasi 33mila dosi) .

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