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Pmi ancora alla rincorsa, rivoluzione 4.0 da completare

Boccia: «Svolta determinante di politica industriale per la competitività del Paese». Visentin (Federmeccanica): «Mai come ora è necessario che le imprese diventino più strutturate»

di Luca Orlando

3' di lettura

Come si ottimizza l’uso delle risorse? Lo decide l’algoritmo. La scelta di alcune amministrazioni pubbliche di agire in questo modo per mettere a terra il Pnrr dà il senso della profondità della rivoluzione 4.0. Cambio di passo avviato nel 2017 in quella che allora fu una svolta epocale nella politica industriale. «Passaggio che noi imprenditori abbiamo fortemente voluto - spiega l’allora presidente di Confindustria e oggi presidente della Luiss Vincenzo Boccia - passando da una politica dei settori ad una politica dei fattori. Perché eravamo e siamo anche ora convinti che solo scommettendo sull’innovazione l’Italia possa mantenere il proprio spazio competitivo sui mercati mondiali. L’incentivo fiscale è stato importante perché grazie all’iperammortamento le imprese sono state accompagnate verso il cambiamento, cioè verso il futuro». L’ingresso di nuove tecnologie in fabbrica è diventato in effetti pervasivo e se la digitalizzazione in passato era terreno battuto solo da alcuni settori, oggi si trovano applicazioni 4.0 ovunque, dalle aziende alimentari alla meccanica. Con l’unico limite di non aver coinvolto nella misura sperata l’universo delle Pmi.

«È un percorso avviato - spiega l’economista Luca Beltrametti - ma il fatto che gli effetti sulla produttività a distanza di anni siano ancora poco visibili testimonia come la strada sia ancora lunga: all’appello manca ancora la platea delle aziende minori». «In effetti - aggiunge il presidente di Federmeccanica Federico Visentin - sono soprattutto le grandi aziende ad aver interpretato il cambiamento in modo completo modificando davvero il proprio modello di business. Se guardiamo più in generale alla sfida della transizione digitale ed ecologica ci accorgiamo della fragilità del nostro assetto: ecco perché le imprese devono diventare più strutturate».

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Ma cosa accade quando si sceglie questa rotta? Come cambiano produzione e organizzazione inserendo automazione e connessione ai massimi livelli? Un racconto interessante è quello di Bayer, che nel sito di Garbagnate, alle porte di Milano, ha imboccato con decisione la strada 4.0. «Che non significa solo inserire impianti connessi - spiega l’ad di Bayer Italia Monica Poggio - ma accettare un cambiamento profondo nell’organizzazione e nel modo di lavorare. La disponibilità enorme di dati da un lato richiede nuove figure professionali. Dall’altro genera un’informazione diffusa in modo trasversale ed è una sfida al modello verticistico».

Spinta digitale che si lega oggi all’altro trend decisivo per il futuro delle aziende, cioè sostenibilità ed economia circolare. «Il controllo sui processi porta vantaggi innegabili - racconta Eraldo Federici, manufacturing, automotive, life sciences, aerospace & Defence director di CapGemini Italia - anche perché solo una misurazione precisa di ciò che accade in fabbrica può portare a minori sprechi e più efficienza. Lo sviluppo dell'industria sarà guidato da un’attenzione sempre maggiore alla sostenibilità, sia perché imposta dai regolatori, sia perché richiesta dai consumatori. E in questo le tecnologie digitali svolgono un ruolo fondamentale, poiché in grado di abilitare processi efficienti e responsabili da un punto di vista ambientale e sociale». Sviluppo tecnologico grazie al quale si crea anche un indotto rilevante, come testimoniato dalla nascita di migliaia di start-up. Tra queste ad esempio, nella manutenzione predittiva e negli algoritmi previsivi, Mipu, 70 persone in organico e altre 40 in arrivo. «Ammesso di trovarle - commenta la fondatrice Giulia Baccarin - perché anche se pare un paradosso, il nostro problema oggi non è conquistare i clienti ma piuttosto reperire le persone».

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