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Pmi a caccia di fondi Ue: dai nove vincitori i segreti per riuscire

di Alberto Di Minin e Antonio Carbone

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Afp


4' di lettura

Le aziende italiane hanno conseguito il miglior risultato nella tornata di aprile dello strumento Pmi del nuovo European innovation council di Horizon 2020. Si trattava della seconda scadenza da quando la Commissione ha deciso di introdurre una fase di verifica basata su interviste alle migliori proposte. Le 15 aziende italiane che hanno “passato lo scritto” sono state invitate a Bruxelles: di queste, nove hanno superato anche l’orale. La maturità per loro è arrivata nella forma di un finanziamento a fondo perduto da 1 a 3 milioni di euro, a seconda dei casi.

Italia prima in Europa

L’Italia è stato il Paese con il maggior numero di imprese premiate. È senz’altro un bel segnale. È la prova, dopo che il primo round di interviste a febbraio aveva visto solo 2 aziende italiane finanziate, che anche i nostri imprenditori sanno presentarsi a Bruxelles e affrontare un colloquio di mezz’ora, in lingua inglese, più simile ad un pitch davanti a un venture capitalist anglosassone che a un colloquio con un direttore di banca. Un trend interessante, se si pensa che sono ancora nove le sessioni a cui sarà possibile partecipare da qui a fine 2020.

Nel corso di questi anni e anche in occasione di questa ultima call, abbiamo ascoltato i tanti imprenditori italiani che si sono cimentati nella competizione europea, sia quelli promossi che quelli “rimandati”. Nel nostro lavoro di negoziazione e confronto con la Commissione, come delegati italiani, abbiamo sempre scelto di partire dalla rappresentanza delle istanze dei nostri imprenditori. Le storie di innovazione delle imprese che hanno conseguito un finanziamento in questa tornata sono rappresentate nelle schede che trovate in pagina. Qui proviamo a fare il punto su questo risultato e a fornire alcuni consigli a chi ci sta ancora provando.

Prepararsi alla selezione

Che cosa si aspettano i valutatori a Bruxelles? Quali saranno le domande? Chi dovrebbe partecipare alle interviste? Si parlerà di aspetti tecnici? Di modello di business? Di strategia go-to-market? I giurati che incontreremo a Bruxelles avranno letto la proposta dettagliata che abbiamo già sottomesso e che ha dunque superato la prima valutazione?

Per prassi, almeno uno dei sei valutatori avrà letto con attenzione la vostra proposta. Sarà lui che illustrerà ai cinque colleghi pregi, difetti e soprattutto i dubbi riguardo la vostra proposta. Proprio sui punti da chiarire verteranno le domande del panel. Magari la vostra tecnologia ha convinto, ma non è chiara la strategia di protezione della proprietà intellettuale. O ancora: il modello di business potrà essere chiaro e intrigante, ma le vostre capacità di scalare e prepararvi ad una dimensione industriale non sono ancora così convincenti.

Almeno un intervistato su due ci ha detto di essere rimasto sorpreso dalle domande. Due dei vincitori avevano già affrontato un primo colloquio a febbraio. «Abbiamo modificato parecchie cose della nostra presentazione, recependo i consigli del primo colloquio. Questa volta si è creata la chimica giusta», ci ha detto Massimo Bocchi di Cellply. Di empatia ci parla anche Fabio Todeschini di BluBrake: «La giuria era cambiata, abbiamo iniziato chiedendo loro chi avesse mai provato una bici elettrica...».

Lo scopo delle interviste è quello di risolvere i dubbi del panel di esperti, ingaggiati dalla Commissione proprio per essere scettici. L’auspicio è che, qualunque sia l’esito dell’incontro, l’imprenditore e la sua squadra tornino a casa con il sapore di un dialogo costruttivo con persone preparate e competenti. Bisogna quindi considerare che alcuni degli intervistatori si porranno con un atteggiamento rigido ed esigente. Non bisogna farsi intimidire, ma mettersi in gioco e prepararsi a fugare ogni potenziale dubbio. «Ha pagato la nostra semplicità, abbiamo presentato con chiarezza dei numeri che parlavano da soli», ci ha riportato Claudio Manghi di Irriland.

I mille volti dell’innovazione

Analizzando le storie dei progetti finanziati fino ad ora ci siamo positivamente sorpresi che l’Europa si sta dimostrando aperta all’idea di stanziare tante forme diverse di innovazione. Non sempre, infatti, si possono promettere prospettive di crescita esponenziale da Silicon Valley. Non sempre la disruption arriva dall’iniezione di tecnologie digitali. Non è necessario che ognuno dei nostri imprenditori, nel richiedere il finanziamento europeo, ambisca a lasciare una traccia indelebile nell’universo. «Non cambieremo certo il mondo, ma senza dubbio la nostra soluzione cambierà profondamente il nostro settore!», ci dice Giovanni Faoro di Ikoi.

Chiudiamo con un’ultima considerazione. Nove aziende finanziate in una singola call non devono rappresentare un episodio isolato. Né pensiamo che abbiano ragione coloro che pensano a un risultato compensatorio dopo la debole performance italiana registrata nella prima tornata di interviste. Siamo sicuri che il primato italiano rispecchi la posizione che spetta alle nostre aziende innovative. Non soltanto per l’elevato numero in termini assoluti delle nostre Pmi rispetto a quelle europee e non soltanto per la fame di questo strumento di finanziamento nei confini nazionali (probabilmente uno dei meglio riusciti alla Commissione). Teniamo anche conto della mole di progetti di Fase 1 assegnati, con oltre 360 aziende italiane che hanno ottenuto un finanziamento di € 50.000 dal 2014 ad oggi per lo sviluppo del proprio modello di business. L’obiettivo per la maggior parte di queste aziende è insistere, nel limite delle loro possibilità e ambizioni, è riuscire a portare a casa il conseguente progetto di Fase 2.

Sul piatto altri 100 milioni di euro

Visti i risultati fino ad ora conseguiti, ipotizzando un ritmo di almeno 8 proposte finanziate per ognuna delle rimanenti scadenze, ci possiamo porre come ambizione quella di vedere assegnati ad imprenditori italiani altri 100 milioni di euro da qui al 2020.

Inoltre al Mise, al Miur, alle amministrazioni regionali, ai venture capitalist e Fondazioni va il nostro invito di continuare a prestare attenzione alle proposte in “lista d’attesa”, quelle cioè che stanno collezionando ottime valutazioni, grazie alle buone idee in esse contenute e al talento delle nostre imprese, ma che non sono finanziate per esaurimento del budget. Ne abbiamo contate quasi 400, distribuite su tutto il territorio nazionale e in ogni settore industriale. Talento per cui anche negli scenari più ottimistici i finanziamenti di Bruxelles non basteranno. Talento che però non può andare sprecato.

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