STUDIO EY

Pmi del Centro Italia fuori dal mirino del private equity

Tante Pmi ad alto potenziale ma le cinque regioni del Centro attirano insieme solo metà degli investimenti della Lombardia. A livello globale 1.430 miliardi di fondi non ancora investiti

di Ilaria Vesentini

Tante Pmi ad alto potenziale ma le cinque regioni del Centro attirano insieme solo metà degli investimenti della Lombardia. A livello globale 1.430 miliardi di fondi non ancora investiti


3' di lettura

Hanno un tessuto di Pmi radicato, innovativo e competitivo pari se non addirittura superiore a quello lombardo, un indice di redditività delle imprese oltre la media nazionale, combinato con alti tassi di crescita dei ricavi, una buona apertura internazionale e una forte specializzazione nelle filiere di agrifood, meccanica, fashion che più interessano agli investitori istituzionali, a caccia di Pmi ad alto potenziale ma a corto di capitali. Eppure le regioni del Centro Italia sono ancora marginali per i fondi di private equity: la locomotiva italiana per Pil ed export, l’Emilia-Romagna, attrae appena il 10% degli investimenti di private equity in Italia (gli ultimi dati disponibili su base annua sono al 2018), contro il 44% della Lombardia; la Toscana e il Lazio il 5%; le Marche il 2%; mentre l'Umbria tra 2018 e metà 2019 non ha registrato alcun deal.

Le cinque regioni insieme attirano la metà degli investimenti della sola Lombardia. E se si guarda al venture capital le percentuali di appeal sugli investitori professionali sono altrettanto penalizzanti, con un rapporto dieci a uno tra Lombardia e l’Emilia (52% degli investimenti nazionale in venture capital contro 5%) e quattro a uno con il Lazio (12%).

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La fotografia realizzata da Ey per Il Sole-24 Ore, sulla scia della sesta conferenza annuale del centro studi Gro (Global restructuring organization) di Modena, è innanzitutto la conferma che ci sono grandi opportunità di far incontrare domanda e offerta privata di capitali, allontanandosi dal cuore finanziario del Paese. E oggi giocano a favore del matching la crescita culturale (e il ricambio generazionale) della piccola imprenditoria, lo sfilarsi delle banche dal ruolo di azionisti occulti delle Pmi, la forte spinta all’aggregazione e alla crescita dimensionale per sopravvivere su mercati globali e, non ultimo, l’approccio sempre meno speculativo dei fondi.

«Gli investimenti di private equity e venture capital nelle imprese dell’Italia centrale sono ancora modesti rispetto al potenziale di quest’area, che presenta, invece, un tessuto industriale dotato delle caratteristiche ideali per attrarre questi capitali – commenta Marco Menabue, partner Ey -. La Lombardia, che genera il 22% del Pil nazionale, nei primi sei mesi del 2019 ha attirato poco meno del 50% degli investimenti di questi operatori; l’Emilia-Romagna ha raccolto il 13%, con un Pil che pesa il 9% ma potrebbe ambire a performare meglio, perché ha un tessuto di imprese con tassi di crescita e redditività analoghi a quelli lombardi e livelli di export superiori (il rapporto Export/Pil è pari al 38% contro il 32% della Lombardia)». L’indicatore Ey che pesa il private equity sul Pil regionale conferma infatti che la Lombardia raccoglie più del doppio rispetto alle dimensioni territoriali (indice 2,1) contro l’1,3 dell’Emilia, lo 0,9 delle Marche, lo 0,8 della Toscana, lo 0,6 del Lazio (il ricco Veneto è a 0,7).

La prima barriera tra investitori e imprenditori si chiama fiducia, sottolinea l'analisi Ey, che riguarda sia l’imprenditore, che spesso percepisce ancora il private equity come un partner molto orientato al breve termine, sia l’investitore, che non trova sempre nell’imprenditore un’ampia apertura alla trasparenza e alla trasformazione. «Qualcosa sta cambiando - avverte Menabue - perché da un lato i private equity si stanno gradualmente trasformando in positive equity, ovvero in operatori sempre più attenti a investire in aziende su cui hanno la capacità di creare valore a lungo termine; operatori specializzati per settore, capaci di accelerare il cambio culturale necessario per attrarre talenti e nuove tecnologie. Dall’altro, una quota crescente di imprenditori si sta aprendo ai capitali esterni e sta avviando la trasformazione della propria impresa familiare. Il Governo, infine, con la legge di bilancio 2019, ha previsto misure ad hoc per rafforzare la raccolta dei fondi di venture capital, con il preciso obiettivo di rafforzare il panorama dell’innovazione in Italia e di canalizzare maggiori risorse verso startup e Pmi innovative». Il ritardo non è solo del Centro Italia ma di tutto il sistema Paese: fatto 100 gli investimenti dei private in Europa, l’Italia si ferma al 7% contro il 13% della Germania, il 18% della Francia, il 22% del Regno Unito. Quando si parla di venture capital europeo alla quota del 5% italiana fa eco il 13% tedesco, il 15% francese e il 27% britannico. «L’ammontare aggregato di dry powder, ossia cassa dei fondi di private equity che non ha ancora trovato un investimento, ha raggiunto a livello globale 1.430 miliardi di dollari a fine 2019 (per avere un confronto, era di 750 miliardi a fine 2015) – fa notare Marco Daviddi, Mediterranean transaction advisory services leader di Ey – e l’interesse per le medie imprese italiane è elevato».

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