L’’EMERGENZA E LE IMPRESE

Pmi, come evitare il rischio di contenziosi da coronavirus

Non basta necessariamente il certificato di “chiusura forzata” per giustificare mancate o ritardate consegne. L’importanza di informarsi sugli aspetti legali

di Stefano Carrer

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(Francesco Scatena - stock.adobe.com)

Non basta necessariamente il certificato di “chiusura forzata” per giustificare mancate o ritardate consegne. L’importanza di informarsi sugli aspetti legali


3' di lettura


Efficienza, flessibilità e affidabilità: su queste basi le piccole e medie imprese italiane si sono costruire la loro reputazione sui mercati internazionali. Il coronavirus ha finito per mettere in forse l'esecuzione puntuale dei contratti e rischia di generare numerosi contenziosi con clienti e fornitori, che potrebbero riflettersi sullo scenario futuro dei business aziendali.

La “forza maggiore
Se in una prima fase il problema era la mancata fornitura di componenti da parte di aziende cinesi, ora sono le forzate chiusure delle fabbriche in Italia a rendere difficile l’adempimento degli obblighi assunti. «Il Decreto Cura Italia all’art. 91 stabilisce che il rispetto delle misure adottate a causa della diffusione del coronavirus può essere considerato come causa non imputabile, cioè come causa di forza maggiore in caso di ritardo o di inadempimento contrattuale. Anche in questo caso - afferma l’avvocato Giuseppe Scotti, esperto di contrattualistica internazionale -la valutazione sarà peraltro effettuata dal giudice caso per caso. Ma questo disposto normativo può non essere sufficiente nel contesto internazionale a giustificare l’inadempimento, il ritardo o l’eccessiva onerosità sopravvenuta».

Reperire informazioni. Scotti fa parte del network “Legalmondo”, un progetto nato 4 anni fa (130 avvocati in 45 Paesi) per agevolare il reperimento di legali esperti e anche di reperire informazioni sui mercati esteri. Sul sito ci sono guide-Paese e anche un blog, dove sono pubblicati con cadenza settimanale articoli in 4 lingue (italiano, inglese, spagnolo e cinese «A metà febbraio abbiamo lanciato un Help Desk Covid - afferma Roberto Luzi Crivellini, co-fondatore dell'iniziativa - Stiamo ampliando il database: in questo momento gli imprenditori si mostrano molto interessati alle legislazioni estere in tema di forza maggiore».

Contratti poco strutturati

È essenziale infatti verificare quale legislazione si applichi al caso concreto. Spesso i contratti non sono ben strutturati: a volte le Pmi italiane operano addirittura senza contratto formale, ma sulla mera base dell’ordine e conferma ordine. Spesso sono controparti deboli, nel senso che, specie nel contesto di subforniture per multinazionali, è la controparte a determinare tutte le clausole. Il Mise ha previsto che le Camere di Commercio locali possano rilasciare una certificazione di forza maggiore legata alle restrizioni imposte per il contenimento dell’epidemia. Le Camere di Commercio potranno quindi certificare, a richiesta anche in lingua inglese, di aver ricevuto una dichiarazione da parte delle imprese di non essere state in grado di adempiere agli obblighi contrattuali precedentemente assunti per motivi imprevedibili e indipendenti dalla propria volontà.

I problemi legati all’attestato

L’attestato non basta. Sii possono infatti profilare due problemi. Il primo riguarda la valenza giuridica, anche dal punto di vista formale, della certificazione, il cui ruolo è semplicemente quello di attestare che una mera dichiarazione proveniente dalla parte è stata ricevuta senza peraltro confermare la veridicità del relativo contenuto. La seconda riguarderebbe il fatto che l’attestazione potrebbe riferirsi solo a inadempimenti o ritardi dovuti alle restrizioni imposte dalle autorità, escludendo altri casi in cui, ad esempio, non sia stata disposta la sospensione delle attività.

«A causa di tali limiti è piuttosto discutibile se la dichiarazione rilasciata dalla Camera di Commercio servirà o meno come prova a sostegno di una difesa di forza maggiore, tenuto altresì presente che il debitore ha comunque il dovere contrattuale di scongiurare per quanto possibile l'evento impeditivo o comunque di attenuarne gli effetti», afferma Scotti.

Il suggerimento di Confindustria

Al fine di chiarire le zone d’ombra e i dubbi interpretativi, Confindustria ha sollecitato il legislatore italiano a modificare l’art. 91 del decreto, aggiungendo una clausola in base alla quale le imprese che non siano in grado di adempiere ai propri obblighi contrattuali con adempimento continuo, periodico o differito a causa dell'emergenza in corso, possono richiedere alle Camere di Commercio competenti il rilascio di certificati di forza maggiore che attestino l'impossibilità temporanea o permanente dell'inadempimento dovuto o, in alternativa, la eccessiva onerosità sopravvenuta.

Meglio dialogare

In tale contesto, «non è possibile escludere a priori un elevato rischio di contenziosi per le imprese italiane», sottolinea Scotti, che invita gli imprenditori a cercare di prevenire i litigi: «Esistono anche zone grigie, ad esempio sui contratti stipulati quando già l’epidemia cominciava a diffondersi. In ogni caso, senza un dialogo franco e tempestivo difficilmente si riusciranno a evitare contenziosi».

Per approfondire

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