analisiLA SFIDA PER LE PMI

Pmi, cosa insegna il caso Albertini

di Andrea Goldstein

5' di lettura

Un elemento caratterizzante essenziale della globalizzazione è la frammentazione dei processi di produzione e la rilocalizzazione dei diversi segmenti della produzione tra Paesi. Portare le imprese a partecipare a queste catene globali del valore (Gvc) è diventato pertanto un obiettivo delle politiche industriali e di internazionalizzazione, anche in Italia.

Importante allora ripercorrere la vicenda recente della Albertini Cesare, emblematica delle enormi potenzialità del manifatturiero italiano, ma anche le altrettanto profonde vulnerabilità del nostro capitalismo.

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Una piccola azienda, fondata nel 1932 ed attiva in origine nelle telecomunicazioni, che si è specializzata nelle scatole di alluminio dove sono alloggiati i sistemi sterzanti. Un piccolo fornitore che eccelle nel suo mestiere – in questo caso fondere gli involucri in cui è una delle quattro maggiori realtà a livello europeo – senza cui i clienti, centinaia di volte più grandi, non possono competere nel mercato oligopolistico a valle – in questo caso rifornire le linee di produzione secondo i dettami del just-in-time. Da qualche tempo però le difficoltà interne alla fabbrica di Turate si accumulavano, causando una grave penuria di pezzi, che dal Comasco si è riverberata nel mondo, costringendo la Bmw a fermare diverse linee di montaggio a maggio e inducendola a richiedere il risarcimento alla Bosch. Che ha a sua volta immediatamente deciso di accorciare la catena di fornitura rilevando la Albertini, intenzione che peraltro sembrava avere da qualche tempo. Non sono pubblici i dettagli dell’operazione, probabile che la Bosch abbia convertito le penali accumulate dalla Albertini nei suoi confronti.

I problemi dell’azienda italiana sono legati a loro volta a un passo più lungo della gamba, quello che la Albertini (36 dipendenti) fece nel 2013, acquisendo la ben più grande Form di Quero nel Bellunese (669), in amministrazione straordinaria, e diventando un campione nazionale della componentistica automotive. Quello che ai tempi venne celebrato, nel piccolo mondo della pressofusione in alluminio, come un raro caso di un imprenditore che per sconfiggere la crisi sceglie di investire in Italia, promettendo di salvaguardare l’occupazione, si è invece dimostrato un disastro. Malgrado la nuova proprietà si trovi una società senza debiti, dopo che lo Stato ha tappato un buco da 160 milioni di euro, il bilancio passa da 100 milioni nel 2014 a 65 nel 2016 e la società brianzola si rivolge al ministero dello Sviluppo cconomico per ottenere l’estensione fino al 70% del ricorso alla Cigs per chiudere lo stabilimento ex-Form di Cormano e trasferire le macchine di fonderia a Quero e le lavorazioni meccaniche da Quero a Turate. Confermando così il giudizio negativo che i lavoratori Form avevano espresso nel 2012 rispetto all’Albertini, considerata troppo fragile per un’operazione così complessa.

Per la crescita della produttività, anni di ricerca all’Ocse (col contributo importante di economisti italiani come Albrizio, Criscuolo, Nicoletti e Scarpetta) hanno mostrato come essere inseriti nelle Gvc sia fondamentale sia per le aziende, sia per i sistemi produttivi nel loro complesso. La riorganizzazione geografica della produzione e l’interazione con clienti e fornitori esteri porta diversificazione del prodotto, economie di scala e di scopo, collaborazione nella ricerca e sviluppo, e investimenti specifici per soddisfare gusti, specifiche e standard. Altrettanto importante è l’effetto di imitazione indotto dall’esposizione alle buone pratiche e idee delle imprese alla frontiera dell’efficienza mondiale, che rafforza il capitale organizzativo e manageriale senza cui non è possibile trarre profitto dalle nuove tecnologie. La connettività non è infatti fatta solo di fibra ottica e di programmazione informatica, ma anche di capacità di apprendimento, diffusione e assorbimento delle informazioni e degli stimoli che provengono dai mercati globali. In più le Gvc, e in generale il commercio, allargano la dimensione del mercato, agiscono come meccanismi concorrenziali per preservare i vantaggi di costo ed efficienza e inducono a mantenersi aggiornati. Quanto minore è la distanza tra chi partecipa alle Gvc e chi ne è leader, tanto maggiori sono i guadagni in termini di produttività.

A queste dinamiche l’Italia partecipa intensamente. Nel 2011, ultimo anno per cui il dato è disponibile, 49% del valore aggiunto nazionale del manifatturiero rifletteva la domanda estera totale, un balzo rispetto al 2008 (45%) e sostanzialmente di più che la media Ocse (42%). Non sorprende che metallurgia e automotive siano i comparti dove maggiore è il coefficiente di attivazione della domanda estera sul valore aggiunto nazionale. Perché questo dati si traducano in un sostegno sostenibile alla crescita servono però alcune precondizioni, innanzitutto tra le pmi che costituiscono l’ossatura del sistema industriale italiano. Un minimo di solidità finanziaria per realizzare nuovi investimenti e mantenere la propria competitività su pezzi complicati e con lavorazioni estreme: pur riconoscendole meritata perizia, molti clienti consideravano la Albertini un fornitore “non affidabile” a cagione dell’insufficiente liquidità. Il circolo, altrimenti, invece che virtuoso è vizioso: dalla mancata acquisizione di nuovi contratti nel 2013-14 a ridimensionamento del lancio di nuovi prodotti alla difficoltà di concludere trattative i cui eventuali sviluppi si sarebbero potuti concretizzare solo nel medio periodo, dato che nel settore della pressofusione dell’alluminio il periodo di gestazione è di circa due anni.

Poi uno sforzo costante per la formazione continua del personale, mentre in questo la proprietà se ne è sostanzialmente disinteressata, malgrado l’attitudine costruttiva del sindacato. Secondo il ministero del Lavoro, nei primi due anni di Cig gli investimenti della società non risultavano essere in linea con le previsioni iniziali e si erano accumulati i ritardi nei percorsi formativi. E infine, per limitarci all’essenziale, contare su imprenditori e dirigenti che non siano solo onesti, ma pure preparati: non conosciamo a sufficienza il caso della Albertini, dovrebbe destare però immensa preoccupazione constatare come, secondo il Programme for the international assessment of adult competencies, i manager italiani abbiano il più basso livello di literacy dell’Ocse. In sintesi, non è il caso di piangere troppe lacrime sulla cessione della Albertini (anche se vanno tutelati i dipendenti). La Bosch oltretutto è un esempio quasi paradigmatico del bene che una multinazionale seria e impegnata sul lungo periodo può fare in Italia. In ogni caso il downsizing o la exit delle imprese che consumano risorse finanziarie libera risorse che possono essere riallocate verso le nuove innovazione alla frontiera – un processo di distruzione creatrice à la Schumpeter quanto mai necessario in Italia. Va però tenuta a mente questa vicenda per identificare le criticità delle Gvc, l’importanza di parteciparvi in un ruolo adeguato e gli interventi che producono benefici diretti (consentono alle imprese di partecipare alle Gvc) e indiretti (aumentano la diffusione dei benefici di tale partecipazione in termini di produttività). Sono di solito le riforme di struttura, interventi più difficili da realizzare che gli incentivi e che non producono effetti immediati.

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