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Pmi e banche, rischio stretta creditizia per chi snobberà i criteri green

Dal 2022, gli istituti prima di prestare denaro dovranno valutare l’allineamento delle attività alla tassonomia Ue. Se i filtri di Bruxelles saranno troppo rigidi cosa accadrà? Ecco i futuri scenari di mercato

di Vitaliano D'Angerio

La svolta Green delle Pmi quotate

3' di lettura

Dalle chiacchiere green ai fatti. Che si concretizzeranno in dati e informazioni. Sono quelli che le aziende dovranno fornire alle banche se vorranno accedere ai finanziamenti. Dal prossimo anno, la sostenibilità si trasformerà da argomento per pochi iniziati, a tema caldo per imprenditori, banchieri, authority di vigilanza e, di riflesso, per gli investitori. Le banche, in particolare, dovranno essere molto attente quando presteranno denaro per attività non allineate alla classificazione green (la cosiddetta tassonomia) approvata nel 2020 dal Parlamento europeo.

Un nuovo indicatore

C’è infatti un nuovo indicatore, richiesto dagli organismi di vigilanza europei (Eba e Bce), che diventerà un elemento chiave nella valutazione delle banche: è il Green asset ratio (Gar). Si calcola mettendo al denominatore le attività totali della singola banca e al numeratore soltanto quelle allineate alla normativa sulla sostenibilità.

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«Il Gar sarà la fotografia del livello di esposizione ai rischi climatici del settore creditizio. Più basso è il Gar, più sarà necessario aumentare il livello degli asset green delle banche europee – spiega Franco Amelio, partner e responsabile della divisione sustainability di Deloitte in Italia –. Per calcolare il Gar sono indispensabili i dati forniti dai clienti e in particolar modo dalle aziende. Devono essere dati accurati e verificabili e in tale contesto è cruciale il ruolo dei revisori».

La raccolta dei dati partirà l’anno prossimo perché le authority di vigilanza vogliono che le grandi banche europee comunichino il Gar già da gennaio 2023. Conseguenza? C’è in vista un rischio di stretta creditizia: se le aziende non forniranno alle banche i dati richiesti o non avranno attività allineate con la tassonomia green, potrebbero ottenere il finanziamento a un prezzo più elevato o non riceverlo del tutto. Dal canto loro, gli istituti di credito dovranno applicare i criteri green imposti dalle authority; in caso contrario rischierebbero penalizzazioni, anche dal mercato.

La potenziale stretta creditizia

Questo lo stato dell’arte. Per ora se ne parla nei convegni. I banchieri confermano a denti stretti e c’è preoccupazione fra gli industriali. Ecco perché in tanti chiedono una linea più morbida e incentivi per consentire alle imprese di allinearsi ai criteri green europei. «Rischio di stretta creditizia? Dipenderà da come si articoleranno nei prossimi giorni le norme di attuazione della tassonomia e quanto la Bce vorrà accelerare sui “climate stress test”», evidenzia Amelio.

Il problema è sul tavolo dei principali gruppi bancari. Per elaborare il green asset ratio c’è bisogno, tra l’altro, di dati verificati e certificati. «La questione fondamentale ruota intorno alla responsabilità delle aziende, che dovranno necessariamente essere trasparenti circa il loro impatto sociale e ambientale con metriche chiare, standardizzate e facili da capire», ricorda Anna Roscio responsabile direzione sales & marketing di Intesa Sanpaolo. E aggiunge: «Il sistema finanziario deve accompagnare le Pmi in un percorso di medio termine per fare in modo che possano adeguarsi ed essere pronte ai cambiamenti futuri, anche normativi, che andranno a introdurre metriche nuove in termini di valutazione delle controparti».

E appoggiarsi ai fondi di private debt non potrà essere un’alternativa: «No, perché gli investitori in private debt chiedono l’applicazione di criteri Esg sempre più stringenti – spiega Marina Balzano, partner dello studio legale Orrick ed esperta del settore –. Stesso discorso per i fondi di private equity: d’altronde anche a tali strumenti di investimento vengono applicate le regole di Bruxelles sulla sostenibilità».

Soluzioni

Uno dei problemi chiave è la “pulizia” dei dati forniti dalle aziende alle banche e le Pmi sono quelle più in difficoltà.

Qual è la soluzione? «Standardizzazione delle informazioni richieste, semplificazione e supporto alla condivisione delle competenze sui temi Esg – rileva Rosa Sangiorgio a capo degli investimenti responsabili di Pictet Wealth Management –. Il rispetto di queste tre modalità consentirà di risolvere il problema dei dati. Ci vogliono inoltre piattaforme pubbliche dove reperire le informazioni. Infine non bisogna chiedere numeri troppo complicati alle Pmi. Se poi quel dato è sbagliato a cosa serve?».

L’Osservatorio del Sole 24 Ore

Aumentare la consapevolezza delle Pmi: è uno degli obiettivi dell’Osservatorio sulle Pmi sostenibili dell’ufficio Analisi e Studi del Sole 24 Ore che da 5 anni raccoglie informazioni tra le società di Piazza Affari. Nella nuova edizione hanno partecipato 117 aziende di tutti i segmenti di Borsa Italiana (ad eccezione del Ftse Mib). Ne emerge uno schema collaudato che può supportare gli attori della finanza sostenibile.

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