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Pmi e digitalizzazione: le aziende guardano a cybersecurity e big data

Dal progetto Atlante i4.0 e dai Punti Impresa Digitale una fotografia del livello delle imprese e delle loro priorità nel digitale. Antonio Romeo (Consorzio Dintec): "La maggioranza è ancora ai primi stadi dello sviluppo digitale"

di Andrea Fontana

3' di lettura

Cybersecurity e big data da una parte, blockchain dall’altra: ecco cosa cercano le piccole e le microimprese italiane per essere competitive innalzando il proprio livello di digitalizzazione, un livello complessivamente non elevato se è vero che la metà di esse può essere ancora definita ai primi stadi dello sviluppo digitale. A fare da “termoscanner” del grado di digital innovation delle aziende italiane sono due elementi: i dati raccolti dai Punti Impresa Digitale, gli 88 avamposti delle Camere di commercio nati con il piano di Industria4.0, lanciato a fine 2017, che devono diffondere la cultura del digitale e dell’innovazione tra gli imprenditori italiani; le consultazioni di Atlante i4.0, il portale di Uniocamere-Mise partito un anno fa che fa da mappa di tutte le strutture sul territorio dedicate all’innovazione delle imprese: 8 Centri di competenza ad alta specializzazione , 263 Digital Innovation Hub, 88 Punti impresa digitale, 27 Centri di Trasferimento Tecnologico; 161 FabLAB per la manifattura additiva; 38 Incubatori Certificati per le startup innovative; 104 Istituti Tecnici Superiori.

Solo il 13% delle aziende può dirsi "esperto" o "campione" sotto il profilo della digitalizzazione

Un Atlante dei servizi digitali in Italia
«Il progetto Atlante i4.0 nasce dal fatto che il tessuto nazionale delle imprese è costituito da piccole e microaziende che spesso hanno difficoltà a conoscere e a entrare in contatto con i centri di trasferimento tecnologico presenti sul territorio – spiega per la newsletter Digi Tales Antonio Romeo , direttore del Consorzio per l’innovazione tecnologica Dintec che ha curato il progetto per conto di Unioncamere– C’è la necessità di favorire l’incontro e il portale lo fa grazie a una serie di chiavi di ricerca che permettono di individuare e di conoscere le quasi 700 strutture presenti nel territorio. E possiamo già avere una fotografia degli utenti di Atlante. In grande maggioranza sono piccole e microimprese che hanno approfondito due tipi di interesse: da un lato le tecnologie più complesse e nuove come la blockchain, di cui spesso si parla ma meno di frequente si conoscono strutture in grado di offrire servizi customizzati per le singole realtà produttive; dall’altro lato le tecnologie a maggiore impatto per le imprese come cybersecurity e analisi dei dati, settori in cui c’è un’ampia offerta per le imprese ma la necessità è quella di avere una bussola per orientarsi». L’esperienza dei primi dodici mesi potrebbe aprire la porta a nuovi sviluppi per il portale rivolti in parte a offrire alle aziende nuovi approfondimenti e riferimenti sui temi più richiesti, a cominciare proprio dalla sicurezza informatica e dalla blockchain, e in parte ad allargare gli orizzonti ad esempio facendo conoscere, quando saranno definiti, i Digital Innovation Hub europei, del programma DigitalEurope della Commissione Europea per la trasformazione digitale, che completeranno il “menù” delle strutture a disposizione delle aziende.

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Antonio Romeo, direttore del Consorzio Dintec

Covid acceleratore della digitalizzazione
«L’anno di Covid, secondo quanto raccolto dai Pid dislocati sul territorio, ha messo in evidenza una grande richiesta di informazione e formazione da parte delle aziende sia sulle tecnologie sia sui modelli di business, una tendenza che è partita anche dalla necessità immediata per le imprese di avere una piattaforma digitale con cui tenere e gestire i contatti con i fornitori e con i clienti – aggiunge Romeo – I servizi info-formativi hanno rappresentato in questi anni la prima attività dei Punti Impresa Digitale con oltre 3mila eventi che hanno coinvolto almeno 200mila imprese».Dai 40mila assessment fatti nei PID che hanno passato ai raggi X il livello di digitalizzazione delle imprese prima di intraprendere nuovi percorsi di sviluppo è emerso che solo il 13% può essere definito “esperto digitale”, cioè ha pienamente implementato le nuove tecnologie nei propri processi. Il 35% si ferma ad una applicazione limitata delle tecnologie abilitanti, mentre il 50% dà ancora del voi al digitale, lo conosce poco e non lo utilizza. Quali le leve per ribaltare queste percentuali? «Continuare a lavorare sulla creazione di un ecosistema tecnologico – conclude Romeo – Insistere su processi di upskilling e reskilling perché, dicono i dati del sistema di rilevazione Excelsior di Unioncamere, il 36% delle figure che entreranno nel mondo del lavoro nei prossimi anni dovranno avere delle competenze avanzate in termini tecnologici. Infine, puntare sulla “sostenibilità digitale”: far capire alle imprese che la tecnologia digitale serve anche a essere “green”, requisito diventato fondamentale per poter competere».

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