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Pmi e sostenibilità, incentivi per spingere i rendiconti green

Sette aziende su 10 hanno adottato comportamenti sostenibili ma meno del 4%, nel triennio 2016-2018, ha elaborato bilanci con informazioni non finanziarie. Le proposte dei commercialisti

di Daniela Russo

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Sette aziende su 10 hanno adottato comportamenti sostenibili ma meno del 4%, nel triennio 2016-2018, ha elaborato bilanci con informazioni non finanziarie. Le proposte dei commercialisti


3' di lettura

Cresce l’attenzione delle aziende italiane verso ambiente e sociale ma sono ancora poche le realtà produttive che elaborano bilanci e rendicontazioni ambientali e di sostenibilità. Nel 2018, sette imprese su 10 hanno adottato comportamenti sostenibili. In particolare, sono 712 mila quelle con 3 e più addetti (il 68,9%) impegnate a migliorare il benessere lavorativo del personale. A lavorare per ridurre l’impatto ambientale delle attività sono in 688 mila (66,6%) e 670 mila (64,8%) quelle che hanno implementato il livello di sicurezza in azienda o nel territorio in cui operano. A dirlo è l’Istat, nel report “Sostenibilità nelle imprese: aspetti ambientali e sociali”.

La maggior parte dei comportamenti virtuosi, però, non si traduce in disclosure di informazioni non finanziarie. Nel triennio 2016-2018, le imprese che hanno redatto bilanci e rendicontazioni ambientali e di sostenibilità sono state meno del 4 per cento. Una dato che sale al 30,8% tra le grandi imprese, trainato dalla direttiva europea 2014/95/UE che rende la comunicazione di informazioni di carattere non finanziario obbligatoria per le imprese di interesse pubblico di grandi dimensioni, lasciandola volontaria per le Pmi.

Scotton (Cndcec): per le Pmi opportunità da incentivare

È la crescita reputazionale il principale vantaggio di cui le Pmi possono beneficiare grazie a bilanci e rendicontazioni ambientali e di sostenibilità. Un elemento che aiuta a consolidare le relazioni territoriali e quelle con i fornitori, soprattutto per le aziende della supply chain (catena di fornitori).

«I criteri Esg rappresentano il futuro e le aziende virtuose sono già premiate – commenta Massimo Scotton, consigliere del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti contabili, con delega al diritto societario –. Nell’ambito della revisione della direttiva 2014/95/UE, è diffusa la convinzione che le Pmi debbano essere coinvolte nella futura applicazione. Considerato, però, l’onere economico che per queste realtà potrebbe derivarne, è auspicabile la previsione di una norma ad hoc, semplificata, o la presenza di meccanismi di incentivazione, anche fiscale, creditizia, o una spendibile elevazione nell’ambito del rating di legalità».

Se per le Pmi della supply chain la scelta di dotarsi dei documenti necessari può determinare la competitività del fornitore, alle realtà più piccole, attive in settori diversi, la crescita reputazionale potrebbe non bastare a sostenere gli investimenti legati alla procedura e alla produzione di bilanci e rendicontazioni.

Esistono, poi, sottolinea Scotton, delle peculiarità delle Pmi che evidenziano l’attitudine ad adottare comportamenti responsabili, non facilmente rilevabili. Si tratta di politiche spesso di tipo tacito e non codificato, che ne rendono difficoltosa la misurazione e la rendicontazione.

Il punto della Consob sulle dichiarazioni non finanziarie

Ma a che punto è l’applicazione della direttiva Ue? Consob ha reso noto l’elenco dei soggetti che hanno pubblicato le dichiarazioni non finanziarie (Dnf) nel 2019, in linea con quanto previsto dal decreto legislativo n. 254 del 30 dicembre 2016. Sono 208: 151 le quotate in Italia, 28 quelle presenti su altri mercati regolamentati, 24 i documenti relativi a banche e assicurazioni non quotate, 5 i documenti pubblicati in via volontaria ai sensi dell’articolo 7 del decreto.

Inoltre, nel Rapporto annuale sulla Corporate Governance delle società italiane quotate in Borsa, l’Autorità per la vigilanza dei mercati finanziari ha evidenziato la crescente rilevanza - a fronte di un numero di Dnf ancora basso - dei temi relativi alla sostenibilità. Nel 2018, 33 società hanno collegato le remunerazioni variabili degli amministratori delegati ai parametri Esg e 54 società (45 nel 2017) hanno affidano a un comitato la supervisione delle questioni di sostenibilità.

Aumenta anche la presenza femminile negli organi sociali delle quotate, superando rispettivamente il 36% e il 39% degli incarichi di amministrazione e di controllo. Una tendenza evidenziata anche dai risultati dell'indagine 2019 dell’Osservatorio Esg del Sole24Ore, a cui hanno risposto 68 delle 289 aziende quotate a Piazza Affari (fatta eccezione per le blue chip). Trentuno le realtà della Lombardia che hanno risposto al questionario, seguite, a distanza, da Emilia Romagna (8) e Lazio (6). Il settore più rappresentativo è quello Industrial (24%), secondo il Consumer Discretionary (16%) e terzi (12%) Communication Services e IT. Sono 46 le quotate dotate di policy ambientale, 38 quelle impegnate nella riduzione delle emissioni.

Pari opportunità e diritti umani, invece, sono i temi più rilevanti in ambito sociale: in entrambi i casi le aziende che hanno dichiarato di aver assunto impegni in queste direzioni sono 63.

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