la ricerca del politecnico di milano

Pmi, dalla finanza «alternativa» arrivano risorse per 1,2 miliardi

di Maximilian Cellino


Crowdfunding, come si fa una campagna di successo

3' di lettura

Dai Mini-bond alle «avveniristiche» Ico - i collocamenti di token digitali su Internet grazie alla tecnologia emergente della blockchain - passando per crowdfunding , invoice trading, direct lending, private equity , venture capital e naturalmente lo sbarco in Borsa. C’è da sbizzarrirsi a enunciare tutte le forme alternative di credito a disposizione delle piccole e medie imprese italiane. Quando si pensa alle fonti di finanziamento, il nostro mondo produttivo resta pur sempre storicamente«banco-centrico» rispetto a quanto si registra negli altri Paesi europei, ma questo non significa che altre forme si stiano ricavando uno spazio sempre più significativo, in molti casi fra lo scetticismo e la diffidenza generale.

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La ricerca del Politecnico di Milano
Superano gli 1,2 miliardi di euro le risorse finanziarie che i canali alternativi hanno messo a disposizione delle Pmi del nostro Paese nei primi sei mesi del 2018 e, se si include nel conteggio anche lo scorso anno, il saldo positivo sfiora i 3,6 miliardi. A rivelarlo è il Quaderno di ricerca «La Finanza Alternativa per le Pmi in Italia» che il Politecnico di Milano presenta proprio questa mattina al pubblico. Si tratta di un dato che potrebbe apparire quasi insignificante nel mare magnum delle centinaia di miliardi erogati attraverso il canale bancario, ma che pure denota i progressi e la vivacità di un settore in pur sempre costante crescita - a tratti anche esponenziale - negli ultimi tempi.

LA FINANZA ALTERNATIVA IN ITALIA Flussi di finanziamento messi a disposizione delle Pmi italiane.

Non mancano, come mette in evidenza il rapporto del Politecnico, situazioni di criticità all’interno delle varie tipologie, che si muovono con velocità differenti. L’industria dei mini-bond, per esempio, dopo una fase di decollo un po’ stentata sembra avere ingranato la marcia e in un anno certo non semplice è stato in grado di far affluire nelle casse di decine di emittenti (36 delle quali alla prima operazione in assoluto sul mercato) ben 331 milioni di euro. Ancora più rilevante, sotto l’aspetto quantitativo, è stato l’apporto dell’invoice trading, ossia lo smobilizzo di fatture commerciali attraverso piattaforme web (448 milioni): l’unico ambito nel quale l’Italia regge il passo con l’Europa, anzi riesce addirittura a primeggiare, forse anche paradossalmente «favorita» dalla dilatazione dei tempi di pagamento delle fatture commerciali (in media 56 giorni nei rapporti B2b e 104 giorni verso la Pubblica Amministrazione).

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Passaggio di testimone
Mini-Bond e invoice trading, con quote rispettivamente del 51% e 16% sui finanziamenti complessivi erogati negli ultimi 18 mesi, hanno guadagnato spazio significativo rispetto al mondo del private equity e del venture capital (22%) che in passato, anche in virtù della sua storia relativamente più «antica» deteneva quasi l’esclusiva fra le forme di credito alternativo per le imprese. Al crowdfunding declinato in tutti i suoi diversi modelli (equity e reward-based crowdfunding, social lending), alle Initial coin offerings e al direct lending, così come alle quotazioni su Aim Italia restano le proverbiali «briciole», ma ciò non significa che i tassi di crescita, così come le prospettive, siano in alcuni casi davvero significative.

Nel complesso, come rileva il direttore scientifico della ricerca del Politecnico, Giancarlo Giudici, siamo in presenza di «un mercato che sta profondamente cambiando, dove il gap persistente e non piccolo con gli altri Paesi europei comparabili dimostra che esiste spazio per la crescita e per nuovi attori». Un mercato ancora da regolamentare in diversi settori, come dimostra in via indiretta anche lo stop decretato la scorsa settimana dalla Consob alla Ico di Togacoin, e che soprattutto deve ancora far breccia fra le mura dell’impresa più tradizionale italiana.

Il ruolo imprescindibile dell’educazione finanziaria
Per quanto sia un numero in continua crescita, sommando il contributo dei sei comparti individuati negli ultimi 18 mesi si arriva a circa 1.800 imprese che hanno avuto accesso a finanziamenti alternativi, cioè appena l’1% delle Pmi che tendenzialmente potrebbero aspirare ad accedervi se si tralasciano le ditte individuali. «Serve una robusta politica di educazione finanziaria verso imprenditori e possibili investitori: per incrementare l’offerta di risorse, ma anche per superare un gap culturale che in Italia ha frenato le Pmi nella ricerca di alleanze e di supporto finanziario dall’esterno attraverso fonti alternative al credito bancario». Come sempre, lo sviluppo futuro non può prescindere da conoscenza e consapevolezza dei mezzi a disposizione.

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